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Maccaia

di Bruno Morchio –
Premessa per i foresti: la macaia o maccaja è una parola della lingua ligure, di probabile origine greca (da malakia, languore, e dal latino malacia, bonaccia di mare). Qualcuno ipotizza inglese (“muggy air”), ma a me pare una belinata. Indica una particolare condizione meteorologica che si verifica tipicamente nel Golfo di Genova, quando spira vento di scirocco (un vento caldo proveniente da sud-est), il cielo è coperto e il tasso di umidità è elevato. Insomma crea quelle perfette condizioni, cielo grigio, caldo e umido che mettono di cattivo umore i genovesi anche perchè solitamente accade nel weekend mentre le immagini da satellite evidenziano cielo terso e azzurro in tutto il resto d’Europa.
Il termine ha assunto nel tempo anche un significato metaforico, indicando un particolare stato d’animo melanconico e cupo.
Insieme al mugugno e alla tipica accoglienza ligure crea un formidabile trittico volto a dissuadere i forestieri ad avvicinarsi ai territori dell’antica Repubblica Marinara.
La maccaia è stata citata da molti artisti: da i De Andrè, padre e figlio, a Paolo Conte e Max Manfredi. E naturalmente dallo scrittore genovese Bruno Morchio che, con il sottotilolo Una settimana con Bacci Pagano confeziona una nuova indagine per il suo detective zeneize.

In forma di vento, di brezza o di alito quasi impercettibile lo scirocco spira su Genova per tre quarti dell’anno. Fino ad estenuarsi in un’aria immobile e fradicia di umidità. Quell’aria sospesa, dove tutto può accadere e niente mai accade, per noi genovesi ha un nome preciso. La chiamiamo maccaia.

C’è un delitto, un vecchio usuraio; c’è una sospettata, la giovane e sensuale moglie sudamericana; c’è un movente, il milione di euro della polizza sulla vita dell’ormai defunto marito. E, naturalmente, c’è un investigatore privato assunto dall’assicurazione che cerca le prove per incastrare la signora, peraltro dotata di giovane amante.
Morchio sviluppa l’indagine del suo personaggio nella classica ambientazione che ho già avuto modo di apprezzare nel precedente romanzo (vedi qui): sfogliando le pagine mi rendo conto che questi racconti, tra caruggi e riviera potrebbero benissimo meritare una trasposizione televisiva. Genova è molto scenografica.
Ma oltre a questo Bacci Pagano svela anche una parte di sè, più personale. Quella di un padre ferito, un genitore che in seguito ad una separazione si vede privare dalla ex moglie di ciò che più caro gli era rimasto: il legame con la propria figlia.

Togliermi mia figlia è stata la più grossa carognata che Clara potesse farmi. E sa anche che non c’è nessun giudice che mi impedisca di presentarmi alla sua porta. Se non l’ho mai fatto è stato perchè conosco bene la mia ex moglie. E l’ho vista così assatanata nel suo delirio che non ho potuto fare altro. Aveva deciso di farmela pagare, e tirare Aglaja dalla mia parte avebbe significato romperla in due. Solo per questo.

Non dimentichiamo che l’Autore, oltre che scrittore è anche psicologo e psicoterapeuta. E chissà quanti ne ha visti di questi casi di alienazione parentale.
Tra le sue vicende personali, i personaggi che si aggirano nei vicoli, rum e Mozart come anestetici, l’indagine va dunque avanti con interessanti colpi di scena. Ma a volte malinconica. Altre volte cupa.
Maccaiosa si direbbe a Genova.

Gerardo Capaldo

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