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Bacci Pagano cerca giustizia

di Bruno Morchio –
Bacci Pagano è il personaggio creato da Morchio: un investigatore privato genovese, ironico e disilluso. Fuma la pipa, viaggia su una Vespa PX 200 e su un vecchio Maggiolone. Secondo il suo autore sta sempre dalla parte dei perdenti perché figlio di un operaio genoano e comunista, il che probabilmente, ne fa di lui un idealista di minoranza.

Disperati che aggredivano altri disperati. Discariche e baraccopoli, mondezza e nomadi, sembravano diventati la stessa emergenza: rifiuti tossici di cui liberare la terra, restituendole fertilità e innocenza attraverso un bagno d’odio purificatore.

Oltre a lui c’è un altra protagonista che non deve neanche sgomitare per imporre la propria presenza. E’ Genova, la città, il porto, i caruggi, i quartieri operai e quelli “bene”. Persino l’entroterra fa capolino nella scenografia in cui si svolgono le indagini del Bacci che, a proposito, altro non è che il diminutivo zenéize di Baciccia ovvero Gianbattista.
E’ anche la città di De Andrè con le bagasce, gli immigrati con le rose e il malaffare dei piani alti in giacca e cravatta.

“Il futuro candidato sindaco?”
“Proprio lui. L’uomo gode di robuste protezioni presso la Curia genovese e vanta un importante aggancio con un alto prelato in Vaticano”
“Un imprenditore in odore di santità”
“Mettiamola così. La sua devozione non gli impedisce di lanciare anatemi contro gli immigrati e i disperati dei quattro angoli della terra. L’ho ascoltato ieri in un dibattito televisivo, quando dice extracomunitario usa lo stesso tono dei nazisti quando pronunciano la parola juden

Non stupitevi se leggendo vi sembrerà di sentire in sottofondo la voce familiare di Faber: le pagine di Morchio sono evocative di quelle atmosfere, di quella genovese ritrosia nel mostrarsi spudoratamente. Genova non si concede facilmente, va conquistata con pazienza e intraprendenza, vicolo dopo vicolo, crêuza dopo crêuza, su e già per quella che è una città che si sviluppa non solo in lunghezza ma anche in altezza.
Così il nostro detective lo vedremo andare a correre sulla collina del Righi, aggirarsi in via Pre, prendere l’aperitivo in piazza delle Erbe o passare in stazione Principe di cui però rilevo un piccolo errore sfuggito all’attenzione dell’autore e dell’editor: il nome corretto della stazione ferroviaria è Piazza Principe e non Porta Principe come erroneamente riportato nel romanzo.
Peccato veniale che magari farà mugugnare qualche genovese doc, che comunque avrebbe mugugnato lo stesso dal momento che il “brontolio” è parte del patrimonio genetico della città.
L’indagine principale (perchè il libro contiene anche altre quattro brevi storie) parte da una banale ricerca di un giovane che non vuole farsi trovare dal padre ma poi si amplia oltre il mandato, fino a risolvere un caso ben più oscuro e complesso del solo ritrovamento del ragazzo.
Nelle sue riflessioni Bacci ci regala qualche pensiero che sembra attuale, per quanto il libro sia stato pubblicato nel 2012

Vantarsi di dire quello che pensa la gente non significa essere democratici, ma ingannare gli elettori. Una democrazia per funzionare ha bisogno di un ceto politico che guardi all’interesse generale, anche contro quello che pensa la gente.

Ecco forse la malinconia e la disillusione dell’investigatore genovese nascono proprio da qui. Dai Bacci, ci vediamo su a Castelletto per un aperitivo e guardando Genova dall’alto mugugneremo un po’ sui politici d’oggi abili, come dici tu, solo a ripetere ossessivamente concetti semplici e scontati senza scostarsi dal più trito senso comune.

Gerardo Capaldo

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