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Il fu Mattia Pascal

di Luigi Pirandello –
Chi sei tu, che leggi queste righe? Hai la certezza di essere chi credi di essere e non colui o colei che gli altri vorrebbero che tu fossi? E se ti fosse concesso, per puro caso, di abbandonare la tua vita precedente, diciamo a esempio per via del fatto che la società ti crede morto, come sfrutteresti questa occasione? E prima ancora: la sfrutteresti?
La vita di Mattia Pascal, protagonista de “Il fu Mattia Pascal” di Luigi Pirandello, è turbata da quattro fatti:
1. Romilda, la moglie, che non si cura più di lui, dopo averla dovuta sposare per “riparare a un disonore”, mai commesso da lui nei confronti di lei;
2. la suocera – la vedova Pescatore –, che è sempre pronta a denigrare e a vessare il povero Mattia Pascal per tutte le mancanze a cui le due donne sono soggette;
3. la morte della loro figlia appena nata e
4. la morte dell’adorata madre di Mattia Pascal.
Ora, ricevuta da parte del fratello, Berto, una cospicua somma per provvedere al funerale della madre, in realtà già sistemato, e per fuggire dai quei fatti che tormentano a vario titolo la sua vita, Mattia Pascal decide di recarsi, con la suddetta somma, a Montecarlo. Lì, sfidando la sorte, che gli sarà amica, giocherà ai tavoli del casinò vincendo una somma considerevole e, mentre è sul treno che lo sta riportando a casa, dalla lettura del giornale scopre che un suicida è stato ripescato proprio nella sua proprietà – il molino La Stìa – ed è stato riconosciuto dalla moglie, dalla suocera e dal suo migliore amico, Pomino, da sempre innamorato di Romilda, come il cadavere di Mattia Pascal. Questo fatto fa scattare una molla nella testa di Mattia Pascal: la sorte gli sta dando l’opportunità di rifarsi una vita, facendo sì che muoia Mattia Pascal e da egli possa sorgere un’altra vita: quella di Adriano Meis. Così facendo, pensa il protagonista, ci si può liberare in un sol colpo di un passato opprimente, di una moglie che trascura la vita coniugale, di una suocera tremenda, dei creditori, dei debiti, dei problemi, più in generale, che attanagliano la sua stessa vita e viverne una nuova, partendo da zero. Ma è proprio a questo punto che la maschera di Adriano Meis, nel fare la sua comparsa, inizierà a mostrare le proprie crepe con la conseguenza che quelle convinzioni così granitiche all’inizio del “fu Mattia Pascal” sulla libertà che crede ottenuta saranno messe in discussione da un maestro inevitabile e inclemente: la vita stessa. Sebbene, devo confessarlo, abbia trovato che lo stile di Pirandello mostra tutti gli anni che ha, risultandomi, la lettura, un po’ faticosa a causa di una prosa a mio parere abbastanza astrusa, sono i contenuti dell’opera ciò che ho apprezzato enormemente, soprattutto per il valore «universalmente umano» che hanno e che una parte della critica letteraria, all’uscita dell’opera, nel 1904, sosteneva non avessero.
In questo romanzo, infatti, ci sono numerosissimi temi che emergono e che toccano nel profondo le dinamiche della vita quotidiana, del modo in cui noi viviamo la nostra vita, checché ne siamo consapevoli o meno: da una critica della società borghese rivolta ai suoi costumi e alle sue tradizioni al tema, che si coglie sin dall’incipit così spiazzante, dell’identità personale e delle maschere che impediscono di fare conoscenza del vero “Io” di una persona giacché, a tal fine, nelle interazioni con gli altri e persino con noi stessi, di volta in volta possiamo mostrarne diverse.
Ancora, si può rilevare il tema della libertà illusoria, così importante pure nel romanzo: quella appunto creduta da Adriano Meis che, colta l’opportunità di questa nuova vita, scoprirà amaramente quanto invischiati siamo all’interno della società e delle sue maglie burocratiche e quanto sia difficile se non impossibile “guardare da fuori la vita comune”, volendone essere cioè spettatore e non partecipe; lo dirà lo stesso Adriano quando affermerà: «Libero! – dicevo ancora; ma già cominciavo a penetrare il senso e a misurare i confini di questa mia libertà.»
I critici letterari che diedero giudizi negativi a quest’opera affermarono che essa era “inverosimile”. Vent’anni dopo la pubblicazione de “Il fu Mattia Pascal”, Luigi Pirandello aggiunse all’opera una “Avvertenza sugli scrupoli della fantasia”. In essa, Pirandello faceva notare – con tanto di riferimento a un articolo del Corriere della Sera del 27 marzo 1920, in cui, a grandi linee, si raccontava una storia simile a quella narrata nell’opera pirandelliana! – che, come spesso accade, la realtà supera di gran lunga la fantasia, mostrando come ciò che per l’opera di finzione è creduto inverosimile per la vita reale non lo è; per essa quella è la verità dei fatti. Insomma, ancora una volta, sosteneva così Pirandello in questa sua “Avvertenza”, la fantasia non ha fatto altro che mettere in evidenza aspetti che, seppur creduti inverosimili, sono più che reali. Ciascun essere umano nel corso della propria vita sperimenta a più riprese, mettendone in scena i drammi conseguenti, tutti gli effetti indotti dai «difetti della maschera» che indossa fino a quando «[essa] non si scopre nuda». Ebbene, non sono forse questi “difetti” gli aspetti che, proprio ne “Il fu Mattia Pascal”, la finzione mostra reali?
Questo libro rappresenta, a mio avviso, un’acuta indagine nell’animo umano, una profonda riflessione sul modo in cui gli esseri umani interagiscono tra di loro e, al contempo, sui limiti che la società, come in un gioco dal quale non si possa uscire, impone ai suoi partecipanti, che lo vogliano oppure no. Non mi rimane dunque che invitarvi a leggere questa storia che, attraverso lo specchio della finzione, riflette la concretezza della realtà umana e delle sue complicate e affascinanti dinamiche.

Matteo Celeste

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