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L’istituto

di Stephen King (traduzione di Luca Briasco) –
Cari “pennapiattisti”, liberiamoci subito della teoria del complotto: il romanzo è stato scritto da King, non da un ghostwriter di King, non dal figlio di King, non dal cugino di secondo grado di King, non dall’animale domestico della famiglia King, ma proprio da Stephen King.
Se vi frulla in testa qualche teoria alternativa, è solo perché non siete in grado di distinguere lo stile di uno scrittore dallo stile di vostra suocera… ma questi sono problemi vostri, di vostra suocera e del suo stilista.
Il talento di Stephen King nel narrare di bambini, proprio perché cristallino, è inconfondibile. Infatti, sono tornato a leggere il Re proprio dopo aver scoperto che “L’istituto” narrava le avventure di un gruppo di ragazzini. Io che avevo letto King quando ancora lui si firmava Bachman e io avevo quasi i calzoni corti, io che per una trentina d’anni non avevo perso un suo romanzo e avevo amato i suoi capolavori, io che avevo riconosciuto i suoi capolavori in quanto tali e non in quanto capolavori di genere, avevo smesso di seguirlo dopo “Joyland”, scorgendo i primi segni di una parabola che si stava facendo discendente e che di capolavori difficilmente avrebbe potuto darmene altri. I bambini però sono “madeleine”, mi hanno ricordato “Il corpo” e “It” e, per una volta, mi hanno costretto a ritornare sui miei passi lungo i binari di una ferrovia.
Com’era prevedibile il capolavoro non l’ho trovato, ma ho trovato un ottimo romanzo che mi ha sequestrato fin dalla prima pagina e per oltre settecento non ha mai allentato il controllo che esercitava sulla mia mente, il suo costante ronzio che, come uno sciame d’api, cresceva e calava, di pagina in pagina, consentendomi di tornare bambino tra bambini, a baloccarmi con domande tremendamente adulte: fino a che punto ci si può spingere, in nome di un presunto bene comune, senza mutuare il passo dell’oca e calpestare le vite altrui? Chi può arrogarsi il diritto di far calcoli sulla vita umana e decidere quali, e quante, siano sacrificabili per salvarne altre? …mica domande semplici nel Grande Paese Cattivo, mica domande che ti rendono simpatico nel Grande Paese Cattivo dove “è saltato fuori un imbecille”, come lo definiscono Annie e Kalisha, i due personaggi per cui l’autore nutre un evidente debole narrativo.
Ho avuto l’impressione che il Re abbia voluto divertirsi nello scrivere questo romanzo, oltre che divertirci, che parte del divertimento sia dovuto proprio il fatto di togliersi qualche sassolino dalla penna, e, giunto alla sua età, chiarire dove l’abbia portato il suo tortuoso percorso esistenziale e ricordarci che se siamo tutti folli, e quelli fuori dai manicomi lo nascondo solo un po’ meglio, ci sono alcuni che lo nascondo così bene da essere perfino dentro i palazzi del potere.
Bravo Stephen, batti cinque, stai invecchiando bene!

Riccardo Gavioso

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