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Uomini contro la mafia

di Vincenzo Ceruso
Le storie che l’Autore, Vincenzo Ceruso, ci racconta non sono storie siciliane. Sono storie di italiani che hanno combattuto la mafia e difeso la democrazia.
Giornalisti, sindacalisti, politici, imprenditori, magistrati, poliziotti, carabinieri e sacerdoti, ammazzati perchè avevano osato opporsi ad una delle più terribili organizzazioni criminali. Cosa nostra.
Ma come nasce la “Cosa”? Il nome mafia compare per la prima volta in un documento ufficiale del governo il 25 aprile 1865 in un rapporto del prefetto di Palermo al ministro dell’Interno dell’epoca. Siamo quindi poco dopo l’unità d’Italia.
Ma ovviamente una protomafia era presente già da prima, quando bande di delinquenti erano al servizio dei baroni che dominavano i territori a discapito, ovviamente, del popolo.
La svolta che porterà all’associazione mafiosa vera e propria avverrà quando le diverse consorterie criminali troveranno una nuova forza con cui imporre le proprie condizioni a quei baroni presso i quali in passato avevano prestato servizio.
Ovviamente lo fanno nel loro interesse opprimendo la gente onesta.
Due cose si evidenziano approfondendo l’argomento.

La prima: la mafia, prima di ammazzare, tende a isolare colui che ritiene un pericolo per il proprio organismo. Lo fa come farebbe un sistema immunitario che circonda l’ospite sgradito, lo incista, gli fa terra bruciata. E lo fa con i mezzi che ha a disposizione, la delazione, la minaccia e, a più alti livelli, con il mancato sostegno delle istituzioni statali.
Questo accadde a Dalla Chiesa e Falcone, per esempio.
O come il magistrato Gaetano Costa, siciliano e antifascista. Nel 1978 il CSM lo indica come procuratore capo di Palermo, dove viene accolto freddamente, come una anomalia, dai suoi colleghi. Costa riuscì a raccogliere le prove per colpire il clan degli Inzerillo e i suoi legami con gli Stati Uniti. Parliamo dunque dell’élite del potere palermitano del tempo. Ma il Palazzo di Giustizia si divise tra il procuratore capo e quelli che sarebbero dovuti essere i suoi più stretti collaboratori. Alcuni sostituti non vollero convalidare gli arresti, altri avrebbero voluto addirittura azzerare tutto l’impianto probatorio. Costa tenne duro ma si sentì dire: “A questo punto li convalidi lei!”. Gaetano Costa lo fece. Convalidò da solo gli arresti del gotha della Cosa nostra palermitana, presentandosi agli occhi della principale organizzazione criminale del mondo come isolato all’interno del suo stesso ufficio.
Fu assassinato il 6 agosto 1980 con sei colpi di pistola alle spalle. Non va dimenticato che, pur essendo l’unico magistrato a Palermo al quale, in quel momento, erano state assegnate un’auto blindata ed una scorta, non ne usufruiva ritenendo che la sua protezione avrebbe messo in pericolo altri.

La seconda: quello che ai giorni nostri un’abile propaganda ha trasformato in un insulto, per la mafia è sempre stato il nemico da abbattere. Parliamo del comunismo o comunque delle idee libertarie ed egalitarie della sinistra.
Negli anni successivi alla guerra, tra il ’45 e il ’58, quando i contadini e i lavoratori iniziarono a costruirsi una coscienza sociale nei confronti dei grandi latifondisti furono assassinati 45 sindacalisti. Pensateci quando sdraiati sul divano con un clic condividete certi post antisindacali sul vostro Facebook.
Tra gli attivisti uccisi voglio citare Salvatore Carnevale, trucidato a colpi di lupara a 31 anni. La goccia che aveva fatto traboccare il vaso, agli occhi della mafia e di chi se ne serviva, fu la richiesta di fare rispettare la legge che prevedeva 8 ore lavorative nella cava di pietra dove lavorava al posto delle 11 ore imposte dal datore di lavoro, nelle terre della principessa Notarbartolo.
La mafia ha sempre ucciso e, contrariamente a certe dicerie su un presunto “onore”, ha sempre ammazzato anche donne e bambini. Ma nel corso della sua evoluzione è passata da una sorta di deferenza nei confronti delle classi dirigenti a una violenza praticata su ampia scala, quasi ostentata e propagandistica, utilizzando i delitti “eccellenti” di uomini dello Stato anche per dimostrare la propria forza.

La mafia è stata anche uno dei nostri più grandi prodotti da esportazione.
Nel 1904 a New York gli italiani rappresentavano il 4% della popolazione ma commettevano il 46% degli omicidi. Appena un secolo fa a emigrare eravamo noi e noi eravamo gli stranieri, i nemici, il problema sociale.
Per Cosa Nostra l’America è e resterà sempre una scelta vitale. Fu grazie all’America che dei miserabili assassini provenienti da un’isola marginale nel centro del Mediterraneo, divennero i più grandi narcotrafficanti del pianeta, fino a tutti gli anni Ottanta. Ed è in America che nasce l’espressione “pizzo”. Si presentavano così ai loro connazionali onesti quegli uomini che non avevano bisogno di molte parole per farsi capire: “fatici vagnari ù pizzu”. Come uccellini che hanno bisogno di bagnare il becco, il pizzo, nell’acqua altrui per dissetarsi.

Che l’atteggiamento dello Stato nella lotta alla mafia sia sempre stato ambivalente lo si deduce anche da come certe sentenze siano state emesse senza la minima vergogna. Come quella relativa all’omicidio del capitano dei carabinieri Emanuele Basile colpito, alle spalle, la sera del 3 maggio 1980, mentre con la figlia Barbara di quattro anni e la moglie Silvana aspetta di assistere allo spettacolo pirotecnico della festa del Santissimo Crocifisso a Monreale.
Testimoni oculare dell’omicidio la moglie che guardò bene in faccia il killer e un appuntato dei carabinieri che vide allontanarsi la macchina con gli altri due complici. Ci furono quindi tre arresti, tre mafiosi. Gli imputati fornirono come alibi un appuntamento galante con delle signore sposate e per questo motivo non ne potevano fornire le generalità. Un alibi alquanto fragile ma quelli erano tempi in cui simili alibi reggevano con successo fino in Cassazione.
I mafiosi vennero difesi con la consueta professionalità dall’èlite dell’avvocatura palermitana.
Vincenzo Puccio, sospettato di essere il suo assassino, verrà assolto tre anni dopo, creando sgomento e rabbia sia nei magistrati sia nei suoi colleghi.
Ai funerali del capitano, sua eminenza monsignor Cassisa vescovo di Monreale non pronunciò mai, nemmeno una volta, la parola mafia.
Diciamo pure che le alte gerarchie della Chiesa non si sono distinte nel prendere le distanze da questa associazione criminale se perfino il cardinale Ruffini, arcivescovo di Palermo, viene ricordato per la sua lettera pastorale “Il vero volto della Sicilia”, vera espressione del negazionismo della mafia da parte della chiesa siciliana.
O il vescovo di Monreale, Filippi, che si rapportava con i padrini mafiosi come a dei normali notabili della società, conformandosi in questo alla strategia politica nazionale del segretario della Democrazia Cristiana Fanfani. E chi, nella DC si opponeva, veniva fatto fuori.
Insomma il problema di Palermo non è la mafia. E’ il traffico. Ma dove non arrivavano (o volevano arrivare) le gerarchie ecclesiali arrivavano i parroci impegnati sul territorio, esponendosi per edificare una coscienza antimafia e diventando vittime anch’essi. Don Giuseppe Puglisi tra tutti.

E la stampa? La libera stampa? Faccio solo un esempio su un uomo che tutti dovremmo conoscere: Peppino Impastato.
Fu fatto esplodere in aria con una messinscena che voleva farlo passare per un terrorista che armeggiava con i ferri del mestiere. E come titolarono molti giornali? “Ultrà di sinistra dilaniato dalla sua bomba sul binario” (Corriere della Sera), “Attentatore dilaniato da una bomba” (L’Avanti), “Probabilmente stava preparando un attentato” (Il Popolo).
Altri giornalisti però hanno salvato nel tempo l’onore della propria categoria, pagando con la vita la ricerca tenace della verità senza mai piegare la schiena: in Italia la mafia ne ha uccisi 11.
Anche in questo caso è da ricordare che la prima autobomba usata dalla mafia non fu usata contro un magistrato o un politico ma contro la sede di un quotidiano, L’Ora di Palermo, giornale comunista che scriveva di mafia in un’epoca in cui non se ne parlava volentieri.

Parlando di mafia non si può non affrontare anche il livello superiore. E sfogliando il libro alcuni nomi, anche di grande rilievo nazionale, ne vengono fuori sia per le accuse (e le sentenze) che per certi “scivoloni” dialettici. L’eterno Andreotti, Miccichè (che dichiarò che intitolare l’aeroporto a Falcone e Borsellino era triste per i turisti), Dell’Utri, Berlusconi (che assunse un “uomo d’onore” nella sua villa di Arcore), Lunardi (“con la mafia bisogna convivere”)

La moderna strategia mafiosa ha un obiettivo principe: essere tutt’uno con la società che la circonda nascondendosi nella apparente legalità. Una delle modalità adottate è stata l’infiltrarsi nel settore della sanità pubblica e privata. Attraverso forniture di apparecchiature ai principali ospedali e investendo in cliniche specializzate Cosa nostra è riuscita a riciclare parte delle immense ricchezze ottenute con il narcotraffico, stimato nel 1983 in 22mila miliardi di lire annui. Ovviamente in ciò è stata agevolata dalla piena partecipazione di numerosi esponenti della classe medica. Tra i tanti ricordiamo l’ex presidente della Regione Siciliana Salvatore Cuffaro, medico radiologo. La sanità in Sicilia è quasi per intero privata: ambulatori, case di cura, centri di diagnostica e di analisi, laboratori di medicina nucleare. Privati ma accreditati dalla Regione, cioè è la Regione che paga il conto delle prestazioni effettuate presso questi centri. In Lombardia (già iperliberista) i centri accreditati sono circa 60. In Sicilia sono 1800.

Ma anche tra i medici ci furono delle vittime come l’onesto dott. Giaccone, medico legale, docente universitario e tecnico esperto in perizie balistiche e ematologiche. Bravissimo nel suo lavoro, tanto da mettere a punto una tecnica investigativa che sarebbe stata ripresa anche dall’ FBI. Nonostante le minacce e la paura che comprensibilmente aveva anche come padre di due figli, non si volle piegare ad alterare una perizia che avrebbe inchiodato un sicario. Quanti professionisti, ogni giorno, si adeguano, calano la testa? Il dottor Giaccone fece un’altra scelta. Fu ucciso a 53 anni la mattina presto nei viali del policlinico di Palermo dove lavorava.
Voglio concludere con le parole della figlia Milly: “Mio padre non pensava di diventare un eroe, era una persona onesta. Qui si diventa eroi quando si è persone normali, oneste”.

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