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La notte della sinistra

di Federico Rampini –
E’ un grido di dolore, quello pubblicato da Federico Rampini, noto giornalista di Repubblica con un passato non rinnegato di iscritto al PCI ai tempi di Enrico Berlinguer quando “sinistra” e “popolo” erano quasi la stessa cosa.
Adesso invece osserva e ci descrive un panorama di macerie con grandi partiti storici della sinistra (e non solo in Italia) deperiti, irriconoscibili e che soprattutto hanno perso la rappresentanza delle masse popolari, delle classi operaie, dei più deboli della società. E’ un distacco profondo che sembra non avere soluzione soprattutto per l’incapacità delle classi dirigenti di quest’area politica che sembrano incapaci di cogliere i sentimenti, le necessità e le paure di buona parte dell’elettorato mentre, invece, sanno flirtare benissimo con l’establishment del potere economico, bancario e persino mondano. La sinistra, è il j’accuse di Rampini, ha abbandonato il tema della sicurezza e ha abbandonato le periferie, rintanandosi nei salotti buoni dei quartieri più snob delle città e in politica, come anche in natura, non possono restare dei vuoti: inevitabilmente ciò che si abbandona diventa dominio e argomento di qualcun’altro.
Rampini è un giornalista che è cresciuto e ha lavorato in diversi Paesi e quindi è in grado di offrirci una visione sovranazionale del decadimento di quella che fino a pochi anni fa era un’ideologia vicina, anzi sovrapponibile, alla gente comune. Ci porta ad esempio l’esperienza vissuta in Francia, nelle banlieue operaie parigine, da sempre feudi rossi, che improvvisamente iniziano a votare per il Fronte Nazionale di Le Pen e la spiegazione è una sola: l’incapacità di gestire il fenomeno dell’immigrazione che la sinistra ormai radical chic vedeva come un fenomeno utilissimo perchè forniva camerieri nei ristoranti, le signore delle pulizie o gli addetti alla raccolta della spazzatura mentre per gli operai francesi della Renault, in periferia, erano solo quello che vedevano: i teenagers che spacciavano, che gli molestavano le figlie, che incendiavano le automobili (non le Mercedes nei bei quartieri di Parigi ma le utilitarie dei vicini di casa).
Oggi “quelli di sinistra” li riconosci perchè affermano continuamente che “dobbiamo stare dalla parte dei deboli” ma nei fatti considerano come tali solo gli stranieri, possibilmente senza documenti e meglio ancora se hanno la pelle di un colore diverso dal nostro. Si è deboli solo se si corrisponde a questa descrizione. Almeno una parte della sinistra ha deciso che sono sempre e soltanto queste le vittime dell’ingiustizia, per definizione. Tanto peggio per i pensionati poveri, con cittadinanza italiana, se la sera hanno paura a rincasare da soli perchè davanti al loro portone comandano gli spacciatori: al massimo gli si risponde con le statistiche per dimostrargli in qualche modo che non esiste un legame tra stranieri e criminalità. Dunque se vedono dei nordafricani spacciare impunemente sui marciapiedi del loro quartiere, è un’illusione ottica. Ormai non è più chic darsi da fare per migliorare le condizioni della nostra classe operaia, ormai facente parte degli Strangers in their own land, cioè estranei nel loro stesso Paese secondo una definizione della sociologa Arlie Russell Hochschild.

In America, ma vale anche per altri Paesi, anni fa la prima cosa che uno straniero (compresi i nostri nonni emigrati) capiva varcando la frontiera era che doveva avere rispetto per il Paese d’arrivo: doveva “rigare dritto”, meritarsi la fiducia, fare il proprio dovere. Oggi chi arriva da fuori spesso ha già soprattutto un’idea: i propri diritti. Spesso non fa neanche lo sforzo di imparare la lingua del luogo, diversamente da quello che è accaduto ai nostri emigrati i cui figli non parlano neanche più l’italiano perchè in casa era vietato. Perchè bisognava integrarsi. Pochi giorni fa sulla home page del quotidiano Il Secolo XIX c’era un dettagliato articolo in lingua spagnola che spiegava con dovizia di particolari come partecipare ad un concorso pubblico indetto dal Comune di Genova. Ora, se si tratta di un concorso per lavorare nella pubblica amministrazione italiana si presume che tra i requisiti ci sia pure, quantomeno, la conoscenza della lingua italiana. E dunque?
Il succo dunque è che la sinistra, tra gli ultimi e i penultimi, ha scelto gli ultimi. Tra i piccoli ladri zingari e la vecchietta da loro derubata della pensione scelgono i primi, interrogandosi sulle piccole vittime (che sono i ladri) “cosa c’è nel loro passato”, “cosa hanno subito”, “quale disagio vivono”. Perchè sono gli Ultimi. Del vasto universo dei penultimi, cui appartiene la vecchietta strattonata e magari caduta a terra interessa poco. Non c’è dubbio che l’analisi di Rampini sia spietata e nell’insieme pure lui ha l’aria un po’ radical chic soprattutto quando si autocita. Ma è certamente una visione lucida, ampia e documentata. Nel capire gli errori commessi c’è probabilmente la soluzione alla débacle della sinistra. Federico Rampini prova a mettere a nudo gli sbagli commessi. C’è qualcuno a sinistra che lo ascolterà?

Gerardo Capaldo


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