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L’agenda rossa di Paolo Borsellino

di Giuseppe Lo Bianco e Sandra Rizza –
Un paio di giorni fa ho sentito il maestro Camilleri intervistato alla radio. Diceva, con la sua voce roca e profonda “non sempre è detto che dal male nasce il male e dal bene il bene. Guardate la storia dell’Italia: trame, omicidi, assassini, scontri sanguinosi. E cosa ne abbiamo avuto? Il Rinascimento. Mentre la Svizzera? Secoli di pace e neutralità. Ma cosa ha prodotto? Gli orologi a cucù”.
Leggendo il libro di Lo Bianco e Rizza, però, si rischia di apprezzare maggiormente i segnatempo con l’uccellino.
Quando si apre un libro come questo bisogna essere consapevoli che potrebbe essere utile avere a portata di mano un sacchettino: come in aereo, gli animi sensibili o semplicemente dotati di un minimo senso della giustizia, rischiano convulsioni gastriche e acidità di stomaco.
Melma. Il nostro è un Paese dove il livello di sozzura arriva talvolta a superare il limite di guardia e le vicende dei giudici Falcone e Borsellino ne sono chiari esempi.
Eroi. Non c’è altro modo per definirli e parlo al plurale perchè è inevitabile accomunare con questo aggettivo tutti gli uomini che nel tentativo di dare dignità al nostro Stato sono stati ammazzati, a volte anche a causa dell’inerzia e dell’ignavia di quello stesso Stato che non solo non li ha saputi proteggere, ma non gli ha fornito adeguati mezzi e, viene anche il sospetto, in qualche suo organo o apparato ne ha anche gioito per l’eliminazione.
Ricordiamo en passant come ai funerali di Falcone, di Francesca Morvillo e dei tre agenti di scorta ci fosse un grande assente: il presidente del Consiglio. E chi era? Giulio Andreotti, assente giustificato dalla sua parte politica perchè impegnato in Parlamento a rispondere alle interrogazioni parlamentari sul criminale agguato.
Rabbia. Non avere una banale fotocopiatrice, fare una colletta per volare a NewYork per interrogare un testimone, essere portati in fretta e furia con tutta la famiglia all’Asinara per il rischio di un attentato prima del maxiprocesso di Palermo contro i boss mafiosi e vedersi addebitare le spese dei pasti consumati sull’isola.

Forse, se ai misteri dell’agenda rossa, come pure della trattativa tra Stato e mafia […] si fosse dedicato un decimo dello spazio riservato dalla televisione di regime al delitto di Cogne e ad altri diversivi, oggi sapremmo qualcosa in meno sul pigiama della signora Franzoni e qualcosa in più sulle origini della nostra Seconda Repubblica che […] affonda i suoi pilastri sul sangue delle stragi.

Sgomento. L’agenda rossa sulla quale, negli ultimi mesi di vita Paolo Borsellino annotava minuziosamente riflessioni, appuntamenti, incontri e intuizioni investigative anche su chi aveva ucciso il suo amico Giovanni e su chi e perchè stava preparandosi a eliminare anche lui, è scomparsa dalla borsa ritrovata intatta tra i rottami della sua auto esplosa in via D’Amelio. Chi l’abbia rubata, non si sa. Si sa soltanto che esiste e che da oltre quindici anni “qualcuno se ne serve, probabilmente a scopo ricattatorio
Sfiducia. L’esplosivo. Novanta chili di esplosivo hanno utilizzato per uccidere il giudice Borsellino. Plastico, T4 e Pentrite: nessun esplosivo plastico viene prodotto in Italia, non viene usato nel campo civile e l’impiego militare è limitato a reparti speciali delle Forze armate nazionali, con esplosivi plastici di fabbricazione statunitense, svedese, inglese o austriaca. Nessuno sa da dove è arrivato il materiale bellico che ha compiuto la strage: di sicuro non da qualche cava di pietra del palermitano.
Conclusione. Credo che una frase, tra le tante lasciateci da Borsellino, può fare intravvedere a noi persone “normali” la grandezza di quest’uomo che continuava a lavorare tenacemenente conscio del suo destino già segnato: “Ho capito tutto… mi uccideranno, ma non sarà  una vendetta della mafia… Forse saranno mafiosi quelli che materialmente mi uccideranno, ma quelli che avranno voluto la mia morte saranno altri

Gerardo Capaldo

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