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Altre voci altre stanze

di Truman Capote –
È una lettera l’oggetto che accende le luci sulla storia che ci viene narrata in “Altre voci, altre stanze” di Truman Capote. Una storia assai curiosa, invero, quella racchiusa nelle pagine di questa opera: narra del tredicenne Joel Harrison Knox che, perduta la madre, viene affidato alle cure della zia Ellen presso New Orleans. Ma l’arrivo di quella lettera cambierà le cose; infatti, con quella missiva, inviata dal padre di Joel, Ed Sansom, il quale si è rifatto ormai un’altra vita, egli prega la zia Ellen di preparare tutto l’occorrente affinché Joel possa trasferirsi da loro, in campagna, lontano dalla turbolenta città di New Orleans, presso la dimora paterna nota col nome di “Skully’s Landing”.
L’incontro con la realtà nella quale Joel approderà sarà molto diverso da quello che si immaginava: dalla comunità che lo ospiterà al padre, passando per la casa paterna, tutto disattenderà le aspettative del piccolo Joel, questo ragazzo spigliato, intelligente e dai tratti un po’ effeminati. In più scoprirà che nella casa paterna vive anche un’altra persona della quale mai gli era stata fatta menzione: il cugino Randolph, forse uno dei personaggi più belli che io abbia mai conosciuto!
Con uno stile inimitabile, curato all’estremo, quasi a voler ricercare la perfezione stilistica, cristallino come può essere l’acqua che sgorga da una sorgente incontaminata di montagna, attraente come può essere l’opportunità di realizzare il nostro più grande desiderio, Capote ci consegna un’opera – la prima a essere pubblicata, nel 1948 – di grandissimo impatto che non solo assume le fattezze di un riuscitissimo “romanzo di formazione” – presso la casa del padre Joel maturerà – ma rientra a pieno titolo nel genere dei romanzi della “southern gothic” (del “gotico del sud”), genere che accoglie atmosfere grottesche, isolate, decadenti in cui i personaggi sono eccentrici (se non proprio folli) e grotteschi come grotteschi e “strani” possono essere gli eventi che vengono descritti. In effetti, l’atmosfera di questo romanzo mi ricorda quelle spettrali, tenebrose, piene di misticismo e mistero ben rappresentate dalle tipiche immagini delle paludi della Louisiana, con canneti, mangrovie le cui radici paiono estendersi a perdita d’occhio in un groviglio inestricabile di evoluzioni arboree e salici piangenti aventi rami che scendono come fossero cascate pallide e tetre, nelle quali realtà e finzione, verità e leggenda sembra si compenetrino assumendo le fogge dei fantasmi del passato, di racconti bizzarri tramandati alle generazioni successive, di modo che non si perda di loro l’insegnamento di cui sono portatori, o delle storie secolari.

Truman Capote racconta così la nascita del libro, come ci informa la quarta di copertina: «È insolito, ma qualche volta succede, a quasi tutti gli scrittori, che la stesura di una particolare storia risulti facile, esterna a noi, come se stessimo scrivendo le parole di una voce da una nube.» Quella «voce da una nube» doveva provenire però dal suo intimo, perché, come dirà poi, in un pezzo autobiografico del 1969, «“Altre voci, altre stanze” era un tentativo di esorcizzare i demoni».
Non v’è dubbio che i «demoni» ai quali faceva riferimento erano quelli di un’infanzia traumatica segnata dal divorzio dei genitori quando Capote aveva sei anni, da un padre che fece perdere le proprie tracce per ricomparire quando Capote era ormai uno degli scrittori più importanti d’America per chiedergli un sostegno economico e, soprattutto, dal fatto di vedere sua madre solo occasionalmente presso la casa dei parenti alle cui cure la madre lo aveva affidato oppure dal fatto di portarlo con sé, talune volte, ai propri incontri amorosi coi suoi amanti, chiudendo Capote, al buio, in una stanza d’albergo.
Per tutto questo, però, “Altre voci, altre stanze” – titolo con cui, m’è parso di capire, si fa riferimento ai “fantasmi del passato” che non possiamo cacciare perché tornerebbero a bisbigliarci all’orecchio durante i nostri sogni e che dobbiamo perciò ascoltare e custodire così da crescere più consapevoli di noi, di chi siamo e da dove veniamo – credo fosse ritenuto da Capote come un romanzo che ha segnato la sua “rinascita”.

Sono molto d’accordo con l’analisi del libro fatta da Gerald Clarke, autore di una biografia su Truman Capote, che intravede quattro temi portanti del romanzo: «la solitudine che affligge tutti eccetto gli stupidi e gli insensibili, la sacralità dell’amore in tutte le sue forme, la delusione che nasce invariabilmente dalle grandi aspettative e la perversione dell’innocenza». Sono sempre meravigliato dalle opere di Truman Capote. Riesce, almeno per come vivo le sue opere, a nascondere significati molteplici in poche righe e a farti sentire dubbioso, ogni volta che leggi qualcosa di suo, sul fatto che il senso che hai colto dell’opera sia poi davvero quello che Capote voleva trasmettere. Se dovessi usare un aggettivo per descrivere la sua scrittura, sarebbe certamente “incantata”. Le sue opere – almeno le prime – paiono sempre “sospese”, a metà strada tra il reale e il soprannaturale, nelle forme che questo può assumere nel sud degli Stati Uniti d’America, tra leggende, voodoo, misticismo e fantasmi; eppure non virano mai verso il fantasy o l’horror, rimangono ancorate al terreno, alla realtà quotidiana: insomma, sembra che nelle sue opere l’interno – i nostri «demoni» – si vuoti all’esterno e l’esterno, come in un flusso continuo di scambi vicendevoli, venga accolto all’interno, così i suoi personaggi, le sue atmosfere sono un tutt’uno; non sarebbe possibile avere gli uni senza portarsi dietro le altre, come in un’offerta “prendi due, paghi uno”.
Credo fermamente nel fatto che lo stile espressivo di Truman Capote sia un esempio di eccelsa scrittura e sono altresì convinto che a nessuno che si voglia definire scrittore possa mancare l’esperienza di leggere le sue opere, altrimenti, credo, mancherebbe un modello imprescindibile di che cosa voglia dire scrivere in modo eccellente.
Dunque, non lasciatevi sfuggire, che vogliate essere o siate scrittori o semplicemente dei curiosi lettori, la generosa offerta di “prenderne due, pagandone uno” e provate a leggere “Altre voci, altre stanze” di Truman Capote. Non credo ve ne pentirete.

Matteo Celeste

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"Talvolta penso che il paradiso sia leggere continuamente, senza fine"
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