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Camera con vista

di Edward Morgan Forster
Accade talvolta che per un motivo futile, di poca importanza (agli occhi di tutti eccetto che ai nostri), si inneschi una sequenza di eventi che, come esito finale, ha quello inatteso di rivelare agli altri e soprattutto a noi stessi chi siamo veramente. Può capitare, non so, che nella pensione – la pensione Bertolini, per fare un esempio – presso cui dimoriamo durante tutto il corso del nostro soggiorno nella incantevole città di Firenze solleviamo un reclamo perché la stanza che ci è stata assegnata non corrisponde a quella che avevamo concordato ci si desse; ma non è questo tuttavia che ci ha indotto a esporre questo nostro reclamo; il motivo è diverso, futile, se volete: la camera in questione dà su un triste e anonimo cortile, mentre quella che avremmo dovuto avere avrebbe dato sull’Arno: quella che avremmo dovuto avere sarebbe stata ineludibilmente una “camera con vista”. E la camera che ci era stata promessa, a questo punto, a chi è toccata? Ad altri… 

È all’incirca questo l’evento con il quale si apre il romanzo “Camera con vista” di Edward Morgan Forster. Il romanzo di Forster – devo dirlo – non mi ha entusiasmato molto per la trama – a dir la verità, l’ho trovata alquanto banale: se la si guarda superficialmente è una sorta di storia d’amore tra Lucy Honeychurch e George Emerson; lei è bella, abbastanza ricca, appartenente alla borghesia londinese, devota cristiana; lui è piacente, non molto ricco, lavoratore presso le ferrovie, sostanzialmente ateo. Insomma, due mondi distanti che, attraverso l’amore, allacciano dei “ponti” e si connettono. 
In fin dei conti, non dico nulla di così riprovevole, se si considera che nell’“Appendice” al romanzo – intitolata “Vista senza camera”, e pubblicata nel 1958 – lo stesso Forster, cito, scrive: “Il mio romanzo preferito è “Il cammino più lungo”, non questo, che definirei però con equanimità il più simpatico. I due protagonisti li immagino buoni, innamorati, di bell’aspetto, e fiduciosi in una vita felice.” 

Il giudizio di Forster (e il mio) non è completo, però, credo. Bisogna infatti dire che, e mi rendo conto di sembrare un po’ contraddittorio, sebbene la trama sia di per sé “banale”, ciò che non lo è affatto è l’insieme delle considerazioni che sfuggono al controllo dell’autore nei passaggi tra un evento e un altro della trama: da questo punto di vista, il romanzo è formidabile, perché si mettono in risalto contrasti a più livelli:
1. tra Lucy e la società; tra le proprie, personali convinzioni e le convenzioni sociali;
2. tra diverse visioni della società: tra il bigottismo, impersonato a esempio da Miss Bartlett, detestabile parente di Lucy troppo melliflua per essere sincera, e una “audacia culturale”, ben impersonata da George e Lucy (per motivi e in tempi diversi). Addirittura, si potrebbe pensare a un qualche scontro tra posizioni conservatrici e riformiste… 
In questi “pensieri di liaison” si trova infatti il grande Forster. Anche per questo romanzo, e specificamente per questo aspetto, vale quanto Oliver Stallybrass, un caro amico di Forster, scriveva in una presentazione di un altro libro – “La vita che verrà” – nel riferirsi ai suoi racconti, e cioè che è possibile scorgere sempre un atteggiamento di sberleffo da parte di Forster verso certi “bersagli” (le donne, la Chiesa, etc…), e dove «alcuni dei suoi interessi più profondi – amore, morte, verità, differenze sociali e razziali – trovano una cupa e poderosa espressione». 
In “Camera con vista” è soprattutto il binomio Amore/Verità che gioca un ruolo fondamentale. Forster pare dirci che questo binomio non deve mai essere scisso, perché, quando accade, si soffre, si sta male, e anche chi ci è vicino ne soffre. Non posso non pensare a tal riguardo che Lucy sembra proprio averlo violato, questo “principio”, sebbene si ravveda poi, e mi sembra che proprio a causa di questo Forster un po’ la “punisca” – in tal senso, la compagnia di Miss Bartlett durante le vacanze fiorentine può essere vista come vera e propria punizione! 

Mi sono piaciute alcune parole di Forster che, a mio avviso, ben sintetizzano il libro:

La contesa non era tra amore e dovere. Forse non è mai in questi termini. La contesa era tra la realtà e la finzione. […] La corazza della falsità è sottilmente forgiata di oscurità, e serve a nascondere chi la indossa non solo agli occhi degli altri, ma anche ai propri.

Cosa dire di più dopo queste illuminanti parole di Forster? Niente! Il libro ci dona una “vista” sull’animo umano di straordinario interesse, innegabile perizia e altissimo pregio che possiamo fare nostra stando comodamente rilassati nella nostra “camera”, dunque perché non coglierla? 
L’unica accortezza che mi sento di suggerire è di non gettare uno sguardo troppo superficiale o distratto su questa “vista”, nel qual caso sono certo che si rimarrà delusi, lì, attoniti nella propria “camera” di fronte a quella stessa “vista”… 
La traduttrice è Marisa Caramella.

Matteo Celeste

Camera con vista

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"Talvolta penso che il paradiso sia leggere continuamente, senza fine" Collaboratore di Booklandia