fbpx

La stanza di Giovanni

di James Baldwin –
Dire che “La stanza di Giovanni” di James Baldwin è un libro su un amore omosessuale tra David e Giovanni – questi i nomi dei protagonisti maschili – che i due non riescono a vivere fino in fondo, vorrebbe dire affermare qualcosa di tanto riduttivo quanto parziale, perché questo libro ha un valore universale che trascende qualunque categoria vogliamo appioppargli. Attraverso la storia di David e Giovanni – che sarà David a raccontarci, giacché Giovanni è morto, come lo stesso David ci dice nelle prime pagine –, Baldwin non ci vuole parlare di omosessualità o relazioni omosessuali, ci vuole parlare di amore (quale che esso sia) e di relazioni d’amore (quali che esse siano); l’omosessualità è qui usata solo come veicolo, come mezzo, ma non è il focus del libro. Il libro è in realtà dedicato a rispondere alla domanda: «Cosa succede quando si ha paura di amare un’altra persona?»
Le risposte a questa domanda riempiono dolorosamente quei pochi metri quadrati di cui consta la stanza di Giovanni. Già, la stanza di Giovanni. Una stanza come le nostre stanze. E quanta parte della nostra vita è legata indissolubilmente alle stanze che abbiamo animate, quanta parte delle nostre memorie, quanta parte di noi lo è? C’è uno spettro di colori che si può associare alle “nostre” stanze: più scuro, se il vissuto che associamo a queste “nostre” stanze è uno di quelli che vorremmo dimenticare, uno di quelli che in noi ha creato una frattura da cui si scorge un’impenetrabile oscurità, uno spesso, denso vuoto, nero come inchiostro, che fa male; più chiari, se il vissuto che associamo loro è uno di quelli di cui non potremmo fare a meno, uno di quelli che è in grado di darci ristoro anche anni dopo che quell’esperienza è divenuta parte di noi.
E poi più spesso ci sono le stanze come quella di Giovanni alle quali non si possono non associare chiaroscuri, luci e ombre di una vita vissuta, complicata, in cui si è scelto di non usare parsimonia con i sentimenti, qualunque colore questi abbiano.
Ecco, Giovanni è uno che non si trattiene, dona tutto sé stesso, non stipa sentimenti, lui ama con tutto sé stesso; David… David non è in grado di amare, come gli rinfaccerà Giovanni, anche se lui afferma il contrario, se sembra capace di amare, anche se sembra credere di poter amare con tutto sé stesso, ma, come dice nuovamente Giovanni, oramai David mente così tanto (a sé stesso in primis) «che alla fine [è] arrivato a credere a tutte le [sue] bugie».
Ma perché David trova difficile amare? Perché non si accetta per quello che è, fondamentalmente: prova attrazione per gli uomini, ma la società gli dice che è sbagliato, che è «immorale», che dovrebbe provare «vergogna» per tale inclinazione; dopo la sua prima esperienza con un uomo – Joey –, a casa, negli Stati Uniti, David teme quale potrà essere l’immagine che avranno di lui gli altri (suo padre in testa) se si dovesse venire a sapere, e la sua reazione è questa:

«Una caverna si spalancò nella mia mente, nera, piena di chiacchiere, di insinuazioni, di storie mezzo sentite, mezzo dimenticate, mezzo capite, piene di parole sconce. Credetti di vedere il mio futuro. Ebbi paura. Avrei potuto piangere, piangere di vergogna e di terrore».

Tra sé stesso e le convenzioni sociali, David sceglie di accettare le seconde, e infatti è per salvare le apparenze e assecondare le stupide convenzioni sociali che ha Hella, la sua fidanzata ufficiale, che tuttavia non può amare, ovviamente, perché non è attratto da lei; ed ecco però perché non può amare neanche Giovanni: cadrebbe il suo muro di parvenze. Quando Giovanni gli chiede motivazioni sul fatto che lui pare non riesca ad amare, ad amarlo – «So che non mi hai mai detto la verità – perché?» –, David non risponde; e come può accedere alla verità, alla propria naturalmente, e comunicarla se lui fa di tutto per nasconderla, persino ai suoi stessi occhi, se, a causa delle conseguenze e delle responsabilità che seguirebbero il palesarla, tale verità gli si strozza in gola, se reprime tale verità e la costringe al silenzio al di fuori del suo cuore? Come può dirgli che per amarlo dovrebbe tradire quelle convenzioni sociali alle quali dà così tanta importanza, più della possibilità di vivere compiutamente la propria vita, essendo finalmente sé stesso?
Per ovviare a tutto questo, David sceglie l’abbraccio di Hella, sia in senso metaforico che non, il quale gli dà certamente ristoro, lo fa indubbiamente sentire a «“casa”». Ma è piuttosto chiaro che la “casa” di cui parla fa riferimento alla sensazione di sicurezza che deriva dal sapere di stare rispettando, con quell’abbraccio tra lui e Hella, una convenzione sociale “eterosessuale”, e per ciò stesso non passibile di alcun giudizio negativo in quanto non difforme da una qualche “norma” stabilita. In questo romanzo, attraverso l’atteggiamento talvolta compassato e pavido di David quando si mostra con Giovanni – nella difficoltà da parte di David, ad esempio, di tenere per mano Giovanni in pubblico –, vengono denunciate quelle sciocche convenzioni sociali che possono condurre due persone che si amano (o potrebbero amarsi) a provare disagio nel mostrarlo e che, per riflesso, possono provare disagio per sé stesse, per come sono, per ciò che sono, perché semplicemente non rispettano canoni, veicolati da quelle stesse convenzioni sociali, che sono ineludibilmente espressione di quella maggioranza opprimente.
“La stanza di Giovanni” di James Baldwin,  pubblicato per la prima volta nel 1956, attraverso i temi “secondari” dell’omosessualità e della denuncia di convenzioni sociali intollerabili, rappresentando questi, infatti, «il veicolo tramite il quale si muove il libro», come affermò lo stesso Baldwin in una intervista con Richard Goldstein nel 1984, «è una finestra che si apre sull’immenso panorama delle relazioni umane: sulla capacità di amare se stessi e gli altri, sul rapporto tra restrizioni sociali e libertà individuale, e sulla difficoltà di accettare ed esprimere con onestà e senso di responsabilità le varie componenti della propria identità, soprattutto quando sono socialmente stigmatizzate, come nel caso dell’omosessualità e della differenza razziale.»
Perché dovremmo leggere quest’opera? Come ci ricorda Maria Giulia Fabi, che cura la postfazione all’opera, «nel suo elogio funebre, il noto scrittore afroamericano Amiri Baraka (alias Leroy Jones) disse di Baldwin: “Ci fece sentire […] che potevamo difendere o definire noi stessi”». Ecco, non è forse questo che ci fa provare la scrittura ricca, piena di vita, palpitante, intensa, emotiva e dannatamente vera di James Baldwin di cui sono imbevute le pagine de “La stanza di Giovanni”, tanto da renderne degna ai nostri occhi una lettura?
Il traduttore è Alessandro Clericuzio.

Matteo Celeste

La stanza di Giovanni
Matteo Celeste
Seguimi
Latest posts by Matteo Celeste (see all)
Matteo Celeste

Matteo Celeste

"Talvolta penso che il paradiso sia leggere continuamente, senza fine" Collaboratore di Booklandia