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Gli studenti di storia

di Alan Bennett –
La Scuola. Il preside. Gli alunni. I professori. Gli esami. Tutti elementi che più o meno bene conosciamo tutti. Che cosa accade però se questi elementi sono nelle mani di uno scrittore, un drammaturgo, nello specifico, in questo caso, un commediografo, acuto e ironico come Alan Bennett? Il risultato è la commedia in due atti dal titolo “Gli studenti di storia”. Un’opera divertente, a tratti commovente e in grado di condurre il lettore, con leggerezza, ma non superficialità, a una serie di riflessioni non banali sull’istruzione, sulla cultura e, più nello specifico, sull’insegnamento della storia: dalla quarta di copertina: «Ha senso il concetto di cultura alta? Come si insegna la storia? […] E in che cosa consiste, esattamente, l’istruzione?»
La trama è semplice. Siamo in Inghilterra negli anni ’80. Un gruppo di studenti (otto, per la precisione) appena diplomati in una scuola superiore maschile, che ambisce a eccellere – che vuole cioè che i suoi discenti entrino nelle più prestigiose Università inglesi –, deve frequentare, per la gioia del preside Felix, uomo per il quale solo il prestigio del suo istituto assume un carattere valoriale, un corso propedeutico per l’ammissione ai corsi di Storia delle Università più antiche dell’Inghilterra: Oxford e Cambridge.
A tale scopo vengono coinvolti tre professori: Dorothy Lintott, professoressa di storia di quella scuola, Hector, professore d’inglese (pure di ruolo in quella scuola) a cui viene affidato il corso di “Cultura generale”, sebbene poi insegni tutt’altro, e Irwin, giovane professore che viene ingaggiato, dato il suo passato a Oxford, dal preside per istruire i ragazzi sui “trucchi argomentativi” inerenti a come rendere i loro elaborati e i loro colloqui più accattivanti, o meno noiosi, avendo così più probabilità di fare colpo sugli esaminatori superando in tal modo sia l’esame scritto che il colloquio orale.
In questo scenario si svilupperanno intrecci improbabili tra i protagonisti, riflessioni acute e profonde, metodi d’insegnamento alquanto discutibili, situazioni in certi casi ironiche, in altri più cupe e in altri casi ancora profondamente toccanti. Con le parole di Bennett: «Mi pareva che la vicenda ruotasse attorno a due stili di insegnamento, o meglio a due professori che insegnavano grosso modo nel presente.» Ed è così: Hector, da un lato, e Irwin, dall’altro, rappresentano due stili di insegnamento completamente diversi. Perché se è chiaro che il ruolo della Scuola è quello di insegnare, meno chiaro diventa il “come”.
Il metodo di Hector, infatti, che mira a insegnare citazioni, poesie, scene di film storici, opere letterarie, canzoni, e più in generale i prodotti del “genio artistico” umano, forse in modo un po’ affettato ma certamente genuino e sincero, sembra apparentemente superficiale, futile, ma in fondo formativo; umanamente formativo. Ai ragazzi, tuttavia, sembrerà un insegnamento privo di struttura od obiettivi, un po’ come un vagare senza meta, senza l’ausilio di una bussola. Insomma, un’istruzione priva di utilità ai fini dell’ammissione a Oxford o a Cambridge. E infatti Hector non punta a insegnare loro, non so, ad esempio una citazione da Housman – «Ogni conoscenza è preziosa, che abbia o no la minima utilità per l’uomo» –, perché essa è utile; no, per Hector i ragazzi devono imparare a memoria, par coeur, col cuore (se traducessimo letteralmente l’espressione francese), queste cose non già perché potranno essere loro utili, bensì in modo che le facciano diventare parte di loro, che le comprendano di modo che risultino preparati agli eventi della vita che hanno potuto avere una forma nelle innumerevoli creazioni generate dalle mani della Letteratura, o dell’Arte, più in generale. Insomma, un’istruzione avente come unico scopo l’arricchimento dell’animo umano. Irwin, al contrario, si avvale di un metodo molto più strutturato, dotato di uno scopo, utile (tant’è che è apprezzato dai ragazzi).
Un metodo che, ovviamente, verrà declinato nell’ambito storico. Qual è dunque il “metodo Irwin” per insegnare la Storia ai ragazzi in modo che consenta loro l’accesso a Oxford o a Cambridge? È un metodo apparentemente profondo, ma in fondo volto solamente a produrre un effetto di stupore nell’uditorio. Esso è puro «giornalismo», come Hector giunge a definire il metodo di insegnamento di Irwin. Ecco un passo esemplificativo:

“IRWIN Mollate il branco. Seguite Orwell. Siate provocatòri. E già che cito Orwell, prendete Stalin. Tutti lo definiscono un mostro, e hanno ragione. Quindi voi dissentite. Trovate qualcosa, una qualsiasi cosa da dire in sua difesa. Oggi la storia non ruota intorno alle convinzioni. È performance. È spettacolo. E quando non lo è, fate in modo che lo diventi.”

Questi due metodi, come si può immaginare, sono assolutamente inconciliabili. Anche i due personaggi lo sono: non sono mai d’accordo su nulla. Nonostante piaccia molto ai ragazzi, il professor Irwin, con me non è riuscito a creare un legame così forte, non lo ricorderò come una figura alla quale sono stato particolarmente attaccato. Al professor Hector, invece, lo sono stato, e il suo sconforto, che a un certo punto della commedia prova – «In nome di che cosa ho buttato al vento la mia vita in questo posto dimenticato da Dio? Di me non rimane più niente.» –, mi ha indotto ad amarlo di più, tanto da pensare, verso la fine del libro, che, se fosse stato reale, avrei voluto conoscerlo per poter disquisire con lui sulla poesia, ma più in generale sulla Letteratura o sull’Arte. Penso che mi sarebbe piaciuto moltissimo…
Questa opera mi ha lasciato un profondo arricchimento interiore – credo ne sarebbe stato felice il professor Hector –, una serie di riflessioni e, soprattutto, molte emozioni. Sono certo sia un libro che vale la pena di leggere, con un suggerimento: non fermatevi all’apparenza della trama, altrimenti perdereste il meglio che il libro ha da offrirvi. 
La traduttrice è Mariagrazia Gini.

Matteo Celeste

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"Talvolta penso che il paradiso sia leggere continuamente, senza fine" Collaboratore di Booklandia