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Un uomo solo

di Christopher Isherwood
Non sono solito rileggere i libri. Una volta che mi hanno detto quello che dovevano dirmi o una volta che io ho tratto da loro gli insegnamenti, i messaggi, gli incitamenti, i suggerimenti dei quali andavo in cerca, li ripongo, e, all’occorrenza, uno sguardo rivolto verso la loro ubicazione basta a ricordarmi quanto loro mi hanno lasciato in un tempo precedente. Ma questa volta non è accaduto così, questa volta “Un uomo solo” di Christopher Isherwood mi ha richiamato; sì, proprio lui, perché, in fin dei conti, credo che i libri abbiano su di noi più potere di quanto crediamo di averne noi su di loro; così, non siamo mai noi, in ultimo, che scegliamo “quel” libro, è lui a sceglierci. E ha attratto la mia attenzione, ora che l’ho finito, per un motivo serio, se si considera la sua funzione, e quella degli altri come lui – dei libri, insomma: non mi aveva detto tutto quello che aveva da dirmi, oppure, molto più probabilmente, per ragioni a me ignote, non ero stato, all’epoca, un ascoltatore modello. Prima ch’io vi racconti che cosa egli mi ha lasciato – sono consapevole con quel “egli” di renderlo “soggetto”, di renderlo “persona” o “animato” –, vi metterò a parte della sua trama.
Il libro racconta di una giornata nella vita di George, un professore inglese non più giovane che vive in California.

«Non è una giornata particolare per George: solo altre ventiquattr’ore senza Jim, il suo compagno morto in un incidente»

recita la sovraccoperta. Questo è tutto.
Lo stile espressivo del quale Isherwood si avvale è quello suo classico, per chi lo conosce: un testo fluido, scarno, asciutto, espressivo e dannatamente in grado di rendere vividi e reali i fatti di cui parla, dandone descrizioni non prolisse, ma misurate, calibrate, ben pensate, fornendo al lettore un insieme di dettagli quel tanto che basta perché egli possa figurarseli, quei fatti; e ciò che colpisce di più è che questa scelta stilistica sembra valere, e in modo sublime si realizza, anche per i suoi personaggi, per la loro psicologia, per la loro caratterizzazione. L’esito di tutto questo è il presentarci la giornata di George come fosse «un’asciutta, e proprio per questo struggente, sequenza di scatti», come dice sempre la succitata sovraccoperta. E lo struggimento è lo stato d’animo che imbriglia quella intera giornata, e forse molte sue altre, se fossero state scritte, se avessimo avuto, di loro, contezza. Lo struggimento è lo stato d’animo che George, comprensibilmente, ha.
Mi sembra piuttosto sensato e ragionevole attendersi che la capacità del libro – ossia, ciò che il libro vuole raccontarci – non si esaurisca qui. Ed è così, infatti. E, con l’aver carpito i suoi più profondi messaggi, è iniziato il mio secondo apprendistato con lui.
Innanzitutto, è presente, ovviamente, la tematica dell’omosessualità, così osteggiata o tollerata con compassione (come se facesse qualche differenza) all’epoca in cui si svolgono i fatti, negli anni ’60: entrambi risultano infatti atteggiamenti che non sono altro che due facce della stessa medaglia: quella dell’incomprensione; l’una, quella dell’osteggiamento, decisamente più sfacciata, che non paluda di buone maniere i suoi atti, che colpisce senza riserve, senza remore, senza rimorsi; l’altra, che “tollera” o “sembra accettare” l’omosessualità, che in fondo lo fa non perché abbia compreso che essa sia del tutto naturale, ma perché le convenzioni sociali che fanno di una persona un buon, bravo, rispettabile, civile membro della comunità – californiana, in questo caso – così prescrivono che debba essere fatto. Allora, anche se George, ormai senza Jim – l’“amico” –, rappresenta «l’innominato», lo si cerca di invitare comunque a bere qualcosa, da buoni vicini, s’intende, e se un impegno di George lo impedisce, mandando all’aria così il loro programma (che prevedeva la loro presenza, di moglie e marito con annessi i bambini, cioè, e George, e nessun altro, per un drink “casalingo”) – non si può rischiare infatti di farsi vedere, in casa propria, con l’“innominato”, dagli amici –, allora il tutto prende una piega così assurda e finta da nauseare, e certamente rende alla vicina, che si è incaricata di portare a compimento questa missione, il lavoro più difficile, e allora, con i modi affettati e un po’ melensi che solo i vicini imbarazzati possono usare, la signora Strunk – questo il cognome della vicina – non può che informare George, che le aveva proposto di posticipare per l’indomani l’invito, che: “«Uhm, domani è un po’ complicato. Vengono certi amici nostri dalla Valley e…»
E potrebbero notare qualcosa di strano in me, e voi vi vergognereste, pensa George.
Quella che George-Isherwood dà qui è una lezione la cui efficacia e potenza non è terminata; essa è attuale…
Eppure nella giornata di George non c’è solo l’incontro con la sciocca vicina che crede di sapere tutto sull’omosessualità, avendo comprato un libro di psicologia scadente quanto lei; no, nella giornata di George ci sono anche il suo lavoro, i suoi studenti, i suoi colleghi. E per loro ha parole dolci-amare, ma profondamente toccanti.
Così, ad esempio, rimane incredulo, e un po’ adirato, quando gli allievi della sua classe non rispondono a una sua domanda sul libro di Aldous Huxley, “Dopo molte estati muore il cigno”: «A proposito, chi era Titone?»
E questo è il “la” che lo porta a sbottare, dimentico del suo classico autocontrollo: «Sul serio mi state dicendo che nessuno di voi sa chi era Titone? Che nessuno di voi si prenderebbe la briga di scoprirlo? Bene, allora consiglio a tutti di dedicare parte del fine settimana ai Miti greci di Graves, oltre che alla poesia di Tennyson. Devo dire che non capisco come qualcuno possa fingere di interessarsi a un romanzo se neppure si chiede cosa significhi il titolo», ma subito si ricompone, non ha perduto completamente la fiducia e la speranza nei loro confronti; proprio qualche momento prima, quando era arrivato al campus, vedendo quella marea di giovani e meno giovani in procinto di entrare nell’edificio, aveva pensato fra sé e sé: «E da qualche parte, in mezzo alla schiavitù del dover essere, il folle poter essere sussurra loro di vivere, conoscere, sperimentare – cosa? Meraviglie!» Non credo si sarebbe potuta esprimere in modo più chiaro una condizione, quella della totale indifferenza dei giovani per le cose, e una speranza, quella che possano ravvedersi, come Christopher Isherwood è stato in grado di fare.
Molte altre ancora sono le perle, gli insegnamenti, i lasciti che questo libro mi ha donato, tutti di straordinario impatto, tutti che non riescono a lasciarti indifferente, a meno che tu non sia disattento.
E su tutte, infine, c’è la lezione più forte, più toccante, più struggente, anzi, causa dello struggimento di George più sopra accennato: “Come si può superare la scomparsa della persona amata?”
La risposta, questa lezione, non me l’ha data, immagino non la si possa ottenere se non dall’esperienza, se si ha la sfortuna di doversi porre quella domanda; neanche George, mi sembra, è riuscito a rispondere. Egli, infatti, pare essere in bilico tra il voler dimenticare Jim, per potere andare avanti, cercando quindi un «altro Jim» – e già queste parole tradiscono in lui una incapacità di staccarsi dal suo ricordo – e la paura di dimenticare, perché «Jim è la mia vita».
Un romanzo splendido, toccante, che sviluppando, per i diversi argomenti che tocca durante la giornata di George, ragionamenti e riflessioni per nulla banali, ha modo di dire le cose come pensa stiano, senza infingimenti o le accortezze che vengono richieste dalle convenzioni sociali, che ne diluirebbero o ne stempererebbero la forza, la potenza, la cruda realtà. Senza dubbio, ne consiglio la lettura.

P. S.: Il traduttore di quest’opera è Dario Villa.
P. P. S.: Da questo romanzo è stato tratto il film “A single man” con la regia di Tom Ford e uno strepitoso Colin Firth. Da guardare assolutamente.

Matteo Celeste

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"Talvolta penso che il paradiso sia leggere continuamente, senza fine" Collaboratore di Booklandia