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Little miss Marker e altre storie di Broadway

di Damon Runyon (Autore), G. Logomarsino (Traduttore) –
“Little Miss Marker e altre storie di Broadway” di Damon Runyon raccoglie tre brevi racconti, tre brevi storie tutte ambientate in una delle strade più famose di New York: Broadway, appunto.
Siamo negli anni ’30 e in quella strada sembra capitare di tutto: da segugi addestrati a scovare criminali che creano un parapiglio in quei 50 chilometri di via con quattrocento persone al seguito tra piedipiatti, “brava gente”, ballerine e altra variegata umanità in cerca di un assassino a una “barbona”, come Madame LaZoppa, che si trova ad assumere il ruolo di protagonista in una messinscena per fini lodevoli, in quanto in gioco ci sono molti cuori che potrebbero spezzarsi, e, come più o meno dice qualcuno, non è bello che in questa città si rischi di vedere così tanti cuori spezzati, se non si mettesse in scena una vera e propria farsa.
Sono rimasto colpito dall’unità tra tutti i residenti di Broadway che sono accolti in questi tre racconti, sarà perché, chi più, chi meno, condividono un destino non favorevole e ciò nonostante, mi è sembrato, vissuto con dignità, sarà perché, come dice un vecchio detto, “una mano lava l’altra e tutt’e due lavano la faccia”, perciò è più facile che, aiutando un giorno qualcuno, quel qualcuno un altro giorno ti darà una mano, quando ne avrai bisogno; be’, non so per quale motivo mi è sembrato fossero uniti i personaggi di questi racconti, tanto da parermi costituissero una comunità, ma ho avuto tuttavia questa sensazione e l’ho gradita.
Pare che ci sia un “noi” collettivo in questi scenari che rende tutti partecipi dei fatti che stanno accadendo: in cerca di un dottore, qualcuno dirà: «Chi conosciamo che conosce Doc Beerfeldt?» Di nuovo, non so perché mi ha colpito, ma lo ha fatto. Forse mi ha fatto pensare a qualcosa – quel “noi” – che sento si è perso; mi ha fatto provare una qualche nostalgia? Forse… Un’altra cosa che mi ha colpito, e che non mi aspettavo assolutamente, è il linguaggio, lo stile: c’è da dire che Runyon, come giornalista, frequenta i luoghi di cui parla e le personalità che all’epoca si sarebbero potute incontrare (dai gangster ai giocatori d’azzardo, dalle ballerine agli spacciatori) e, influenzato da tutto ciò, costruisce un «linguaggio originale, ispirato al gergo della malavita locale, che lo rende famoso al punto che presto si parlerà di “runyonese”.»
Ok, dirò senza giri di parole che ho adorato il suo stile, alla lontana mi ricordava un po’ il parlato di Huckleberry Finn di Mark Twain. Ma se devo descrivere meglio la sensazione che ho provato entrando in contatto con lo stile di Damon Runyon, e volendo rintracciare accostamenti più consoni al periodo storico dell’autore, allora devo dire che nella scrittura di Damon Runyon sono riuscito a scorgere lo stesso swing, lo stesso ritmo e un non so che di beffardo che sono riuscito a cogliere in “Topsy” di Count Basie. Sono riuscito, attraverso lo stile di Runyon, a vedere la Broadway degli anni ’30, con i suoi tipi strani, i nomignoli appioppati a essi, dati in un tempo oramai troppo lontano per ricordarsene e tuttavia così usi da dimenticarsi dei nomi propri di chi li possiede, con i locali che potevo immaginare fumosi presso cui bere alcolici e giocare d’azzardo (rigorosamente di nascosto, a causa del proibizionismo) e ascoltare buona musica.
Quella di cui ci racconta Damon Runyon è una Broadway che accoglie in potenza un’infinità di storie, tutte degne di essere raccontate, ma solo tre lo sono in quest’opera, e la lettura di esse scivola via ed è appagante come un bicchiere di whiskey ingollato al bancone di un bar o come quei 3:14 minuti di cui consta il pezzo di Count Basie.
Insomma, leggetelo, magari proprio mentre bevete quel bicchiere di whiskey e ascoltate Count Basie, è questo il mio consiglio!

Matteo Celeste

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"Talvolta penso che il paradiso sia leggere continuamente, senza fine" Collaboratore di Booklandia