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L’Italia è su un sentiero di spine. La storia di piazza Fontana nei documenti processuali

di Francesco Lisanti –
A volte guardando i telegiornali ci giunge notizia di un “colpo di Stato” effettuato in qualche nazione lontana. Roba da sud America pensiamo. Cose che accadono nel Terzo Mondo, forse. Ma non è esattamente così. La democrazia non è una forma di governo dovuta e scontata: è sempre una conquista, il risultato di uno scontro, quasi sempre traumatico, tra opposte fazioni che promulgano idee tra loro incompatibili. Libertà e totalitarismo. Democrazia e dittatura. Noi pensiamo che con la fine della seconda guerra mondiale e la caduta del regime fascista l’Italia si sia potuta “rilassare” e bearsi della vittoria. Ma non è esattamente così.
Per ovvi motivi numerosi personaggi, esponenti e simpatizzanti della destra più estrema hanno continuato a muoversi e lavorare nella neonata Repubblica italiana: le epurazioni di massa sono infatti l’antidoto alle opposizioni che adottano le dittature, non le democrazie. Così per molti è stato sufficiente togliersi il fez dalla testa e mettere la camicia nera nel fondo di un cassetto per sfruttare le maglie larghe offerte dalla nuova situazione politica italiana.
Sembra incredibile a pensarci eppure anche il nostro Belpaese è stato più volte vicino al “colpo di Stato”.
In particolare nella notte tra il 7 e 8 dicembre 1970 con il “golpe Borghese” si è andati vicinissimi ma bande fasciste, manovalanza mafiosa e generali mobilitati per l’evento furono rimandati a casa proprio nel momento in cui stavano per andare all’assalto delle istituzioni, forse perchè lo zio Sam aveva ritirato l’iniziale appoggio. Borghese fu il fondatore del Fronte Nazionale, pare in stretto rapporto con Avanguardia Nazionale, e aveva un curriculum di tutto rispetto: comandante della Xª Flottiglia MAS, dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943 proseguì la guerra combattendo al fianco dei tedeschi contro l’esercito anglo-americano e aderì alla Repubblica Sociale Italiana. Fu condannato a 12 anni di reclusione per collaborazionismo, ma liberato subito per effetto dell’amnistia Togliatti. Il bello della democrazia! Divenne dunque Presidente del Movimento Sociale Italiano dal 1951 al 1953, e nel 1970 si fece promotore del colpo di stato di cui sopra.
Ma il “sentiero di spine” su cui si è trovata (o si trova?) l’Italia è stato segnato da una vera e propria strategia di destabilizzazione volta a far cadere lo Stato: è stata chiamata “Strategia della tensione”, un groviglio di responsabilità, silenzi, depistaggi, false piste, infiltrati, doppiogiochisti e servizi segreti italiani, americani e di altri stati, compresa la Grecia dei “Colonnelli” che il suo colpo di Stato fascista l’aveva già fatto nel 1967.
L’idea di fondo delle organizzazioni destrorse Ordine Nuovo e Avanguardia Nazionale era quella di provocare attraverso continui e diffusi attentati una reazione del governo, che sarebbe stato costretto a dichiarare lo stato d’emergenza, riducendo le libertà civili e spostando l’asse del Paese a destra.
Lo strumento? Bombe. Tante bombe. Piccole, grandi, dimostrative o assassine. Possibilmente da attribuire agli anarchici tramite false prove, piste inesistenti e fascisti infiltrati.
Il libro di Lisanti, storico e archivista, ripercorre quegli anni bui scavando nell’enorme massa di documenti processuali: non è una lettura sempre facile e scorrevole. Ma non è un romanzo, è un pezzo di realtà italiana in cui si muovono tanti personaggi che scopro nuovi e altri i cui nomi riaffiorano nei miei ricordi adolescenziali: Freda, Ventura, Delle Chiaie, Rauti.
E naturalmente Piazza Fontana, Banca Nazionale dell’Agricoltura, Milano. Ore 16.37 del 12 dicembre 1969. Diciassette morti.

Al pianterreno chi era intorno al tavolo era stato travolto dall’esplosione. Nella banca si potevano vedere solo fumo, calcinacci, sangue, carta sparsa ovunque, e respirare l’acro odore di bruciato misto a mandorle amare, tipico del binitrotoluolo contenuto nella gelignite della bomba. E corpi. O parti di corpi. Uomini che non sarebbero più potuti tornare dalle loro famiglie quella sera.

La strategia del terrore: gli attentati terroristici di quel giorno furono cinque, concentrati in un lasso di tempo di appena 53 minuti, e colpirono contemporaneamente Roma e Milano. A Roma ci furono tre attentati che provocarono 16 feriti, uno alla Banca Nazionale del Lavoro, uno in piazza Venezia e un altro all’Altare della Patria; a Milano, una seconda bomba venne ritrovata inesplosa in piazza della Scala.
Questa era l’Italia di quegli anni lontani.
Al termine dell’ultimo processo del 2005 la Cassazione ha affermato che la strage fu realizzata dalla cellula eversiva di Ordine Nuovo capitanata da Franco Freda e Giovanni Ventura, però non più processabili in quanto assolti con sentenza definitiva nel 1987; non è mai stata emessa una sentenza per gli esecutori materiali, coloro che cioè portarono la valigia con la bomba.
Questa è stata l’Italia in tempi più recenti.
Gli errori, i depistaggi, le coperture, erano riusciti in definitiva a fare il loro dovere. Tutti erano riusciti a passare indenni i processi.

Le rivelazioni e le prove che avrebbero potuto portare a una condanna dei colpevoli erano arrivate sempre a sentenze ormai scritte.

Troppo tardi per avere giustizia, ma non per una verità storica. Una verità che deve essere raccontata.

Gerardo Capaldo

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