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L’arpa d’erba

di Truman Capote –
Se c’è un autore che è in grado di stupirmi, questo è certamente Truman Capote. Come un abilissimo camaleonte è stato in grado di addentrarsi in generi diversi, adattarvisi e donarci, per ciascuno dei generi che ha frequentato, opere a mio avviso più che valide.
Anche in questo caso, con “L’arpa d’erba”, riesce nell’intento. Un breve romanzo con flebili richiami al “gotico del Sud” che lui pubblica nel 1951 a 27 anni in cui l’io narrante è un Collin Fenwick oramai adulto che con nostalgia ci racconta un evento importante della propria adolescenza che lo ha segnato.
A undici anni, divenuto orfano di entrambi i genitori, Collin Fenwick viene affidato alle cure di due zie nubili – Dolly Talbo e Verena Talbo – che vivono in una cittadina non precisamente indicata nel Sud degli Stati Uniti. Due zie che non possono essere più diverse tra di loro: Dolly è spensierata, dolce, amorevole, stravagante e anche un po’ ingenua; Verena è severa, rigida, arcigna e fredda tanto da incutere timore a tutti i membri della comunità della quale fanno parte; ciononostante le due sorelle sono unite da un amore fraterno solidissimo. Nella casa delle zie, Collin, con gli occhi attenti di un adolescente incerto e innocente che cerca di meglio comprendere ciò che lo circonda, cresce tentando di conoscere meglio quelle due zie di cui non sa quasi nulla, giacché fra loro e suo padre non correva buon sangue e ciò portò le due famiglie a non frequentarsi; il tempo che passerà con loro gli consentirà di mettere in evidenza luci e ombre di entrambe. Al ritratto delle due zie, poi, si aggiungerà anche quello di Catherine Creek, donna nera e migliore amica di Dolly, dotata di un carattere esuberante e poco riflessivo.
Ora, nella tranquillità di una casa e di una famiglia che pare sia immutabile, ecco che accade un fatto che crea un parapiglio: di mezzo non possono che esserci il denaro e la volontà di affermare una propria autodeterminazione, quasi non riconosciuta da Verena, da parte di Dolly, che tutti pensano sia un po’ “toccata”. Questo scontro porterà Dolly, Catherine e Collin ad abbandonare la casa della famiglia Talbo, lasciando da sola Verena, per rifugiarsi in una casa sull’albero costruita molto tempo prima.
Come si può immaginare, la notizia si diffonde, a questo punto, e pare che da un fatto familiare ne venga coinvolta tutta la comunità, che arriva a parteggiare per l’una o per l’altra sorella: ecco, dunque, che si mobilita lo sceriffo, il prete con la sua perpetua, un ex magistrato, chi con l’intento di far ritornare a casa gli occupanti di quella “casa aerea”, come Collin definisce la casa sull’albero, chi con l’intento, divenendo anch’egli un occupante della stessa, di affermare la propria vicinanza alla causa dei tre (Dolly, Catherine e Collin); e ovviamente quello che succede è sulla bocca di tutti, dalla panettiera al barbiere. Grazie però alla storia delle sorelle Talbo, ci viene narrata da Collin, quasi fosse una sorta di contrappunto, la vita di alcune personalità di questo micro-mondo che Capote ci presenta. Ed è così che si chiarisce, secondo me, uno dei temi principali dell’opera: il contrasto tra apparenza e realtà. Molto tempo prima che andassero ad abitare sull’albero – un bell’esemplare di sicomoro –, quando il vento autunnale spirava tra le foglie nel campo di saggina, vicino al cimitero della città, producendo quel flebile suono che pare un’eterea voce umana, Dolly aveva detto a Collin: «Senti? È l’arpa d’erba, che racconta qualche storia. Conosce la storia di tutta la gente della collina, di tutta la gente che è vissuta, e quando saremo morti racconterà anche la nostra.» Il resoconto che Collin ci fa della vita di alcuni caratteristici abitanti di quella cittadina del Sud degli Stati Uniti è frutto spesso di dicerie, narrazioni diffusesi senza che siano state provate. Quanto dovremmo essere disposti a crederlo? O quanto non dovremmo essere disposti a crederlo? Quali che siano le risposte a queste domande, è proprio sulla base di queste storie che noi ci basiamo per definire quelle persone, per quanto quelle storie siano inventate, siano solo apparenza – e quanto spesso accade nella nostra vita? Ma su quella “zattera lignea”, su quella “casa aerea”, accoccolata tra i rami di un sicomoro e protetta dal suo fogliame, Capote ci consente di scorgere una luce chiarificatrice in mezzo a tutti i dubbi che quelle storie ci avranno lasciato in merito ai loro vari protagonisti, perché chi vi sale pare possa mostrarsi per come è realmente nei suoi vizi e nelle sue virtù, nelle sue luci come nelle sue ombre. Alla fine, però, solo l’arpa d’erba, solo quel bisbiglio che passa tra le fronde e che porta con sé i veri racconti, ci metterà a parte delle reali storie di tutti, sia di chi ha dimorato nella casa sull’albero sia di chi non lo ha fatto, mettendo nella giusta prospettiva ogni cosa.
Un altro tema a mio avviso presente è quello della capacità dei sentimenti di resistere al tempo, se sono davvero forti. Su tutti, l’amore, nelle diverse forme in cui questo può darsi. Col passare del tempo, può cambiare tutto, ma non l’affetto, l’amore per le persone che abbiamo voluto davvero bene. E sullo sfondo, in un’America degli anni ’40, non può mancare la questione “razziale”, su cui, mi pare, Capote prende una posizione netta affermando un’assoluta uguaglianza fra tutti, siano essi bianchi o neri.
È un libro che ho dovuto leggere una seconda volta; una seconda volta ho dovuto tendere l’orecchio all’arpa d’erba e ascoltarne nuovamente le storie che aveva da raccontarmi, forse perché la prima volta non avevo prestato loro la debita attenzione o forse perché non ero nella giusta disposizione per farle mie. Ma ora la storia delle sorelle Talbo e di Collin e di Catherine e con loro di tutto il micro-mondo che popola questo breve romanzo è parte di me.
Posso solo sperare che altre persone possano tendere l’orecchio e prestare attenzione all’arpa d’erba e alle storie di cui è portatrice… Riuscite a sentirla?

Matteo Celeste

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"Talvolta penso che il paradiso sia leggere continuamente, senza fine" Collaboratore di Booklandia