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L’armata dei sonnambuli

di Wu Ming –
Le Rivoluzioni quasi sempre riescono a fare giustizia. Quasi mai riescono a evitare il Terrore.
Sarà anche che le miei riprovevoli inclinazioni giacobine mi condizionano, ma questo libro, fin dalle prime pagine, mi è sembrato straordinario. Per meritare cotanto aggettivo, non basta che un romanzo sia scritto in stile impeccabile e abbia una trama avvincente, è necessario anche che spicchi per originalità.
La scrittura dei cinque Ming è pirotecnica e polifonica. Utilizza un “argot”, che si spinge fino al “grammelot”, per restituirci il fascino della parlata sanculotta e narrarci di quella rabbia nutrita dalla fame, di quella speranza svezzata dalla disperazione, che hanno fatto deragliare la Storia dai suoi binari… qualcuno dice che è bastato appoggiarvi sopra una brioche, ma ormai si sa che è una fake-news d’antan.
– Com’è quella frase di Saint-Just?. “Non sono gli uomini, ma gli stati a farsi la guerra”. Sorbe! Così si parla! Pare un garzotto dal gran che è belloccio e giovenco, ma la lingua e la penna le usa come scimitarre, mica per pulire orelli a tariffa, a differenza di certi altri.

Ma si diceva originalità… e qui alziamo ulteriormente la posta: “L’armata dei sonnambuli” è un libro assolutamente imprevedibile che vi sguscerà dalle mani per quasi ottocento pagine. Ve ne accorgerete fin dalla scena d’apertura, dove la “capa” del Capeto, vi verrà mostrata rotolare nella cesta utilizzando un curioso piano sequenza che vi rilegherà nelle ultime file, poi addirittura dietro le ultime file. Dovrete convincere la vostra fantasia ad alzarsi sulle punte dei piedi, a non farsi distrarre da scene poco edificanti che avvengono nei dintorni, ma ne varrà la pena perché in cambio avrete la possibilità di ammirare un quadro potente e terrificante come un dipinto di Bruegel, magari proprio l’arcinoto “Trionfo della morte”.
Un romanzo poliedrico, come i suoi molti personaggi.
Una magliaia amazzone, uno “Scaramouche” destinato a sepoltura in terra sconsacrata e costretto dagli eventi a fare il vindice funambolo sulla corda di molteplici palcoscenici, ben quattro Marat, uno vero e tre quasi plausibili, ma una sola Carlotta Corday, due veri Robespierre e uno fasullo, un medico sedotto da Mesmer e deluso dalla donna che era intenzionato a sedurre, un antagonista che incarna perfettamente i migliori dettami del realismo magico, alcuni indelebili ragazzi, tutti, come è giusto che sia, scapestrati.
Molti personaggi s’incrociano e si scambiano i ruoli nel corso della narrazione, intenti a danzare una leggiadra “Carmagnola” di morte con Madama Ghigliottina.
In conclusione, vi invito a leggere questo romanzo, oltre che per i motivi sopra elencati, anche perché, come disse il condannato Carra con la testa sul ceppo: “Peccato. Avrei proprio voluto vedere come andava a finire”… e voi che siete lettori con la testa sul collo, sono certo che non vi lascerete sfuggire quest’opportunità davvero unica.

Wu Ming, che in cinese può significare sia “senza nome” sia “cinque nomi”, cela un collettivo di cinque scrittori bolognesi, partiti col famoso “Q” a firma “Luther Blissett”, e protagonisti di un innovativo esperimento editoriale: pubblicano i loro libri con Einaudi in cartaceo e, dopo un certo lasso di tempo, li rendono gratuitamente disponibili in digitale nel loro sito. Non speculano sulla loro identità, come è ormai ridicolo vezzo, i loro nomi sono noti, ma non rilasciano interviste e non compaiono in video, convinti che il rapporto con i lettori debba essere mediato solo dai loro romanzi e dalle presentazioni.

Riccardo Gavioso


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