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Il vulcano

di Klaus Mann
Che cosa provi una pianta che da lungo tempo ha radici in un posto, oramai divenuto la sua casa, e ne viene sradicata come fosse erbaccia infestante, non saprei dire; per comprendere però che cosa può provare un uomo a cui viene riservato lo stesso trattamento, si può leggere “Il vulcano” di Klaus Mann.
È l’esilio, infatti, il tema del romanzo; addirittura, ciò è chiarito sin dal sottotitolo – «Romanzo dell’esilio». Nelle pagine di questa straordinaria opera, che ha un’importanza, a mio avviso, tanto letteraria quanto documentaristica, viene affrontato l’esilio mostrando gli effetti che la condizione di «sans patrie» ha sulla vita di un gruppo di persone eterogenee (artisti, imprenditori, professori, studenti, lavoratori, etc…) e quanto questo effetto sia tanto più consistente quanto più quella condizione pare essere definitiva.
Siamo negli anni che precedettero la seconda guerra mondiale – l’arco temporale va dal 1933 al 1939 – e col passare degli anni la condizione di «sans patrie», di esule, di emigrante pare sempre più non essere provvisoria, e con quella si accompagna una progressiva e sempre più fievole speranza di fare ritorno in patria – una vera e propria parabola, sembra, dalla speranza alla cocente disillusione –, quella patria che per motivi così stolti, da un giorno all’altro, non ti considera più suo figlio: non importa se sei stato un degno e rispettabile professore tedesco che ha portato lustro all’Accademia teutonica, non importa se sei un ricco banchiere che ha contribuito onestamente alla società oppure se sei appartenente a un’aristocratica famiglia di antico retaggio tedesco-prussiano; niente di tutto questo ha più importanza, sei escluso dal novero dei cittadini di quel paese, ingiuriato e coperto d’infamia, per giunta!
Di fronte a queste vicende – mi ha fatto riflettere il libro – come avrei reagito io?
Da quale turbinio di emozioni sarei stato pervaso?
Quali pensieri avrebbero albergato nella mia mente?
Le pagine presenti in questo romanzo, che, come ho detto, sono da considerare anche un documento storico di enorme interesse, sono dense, e ciò potrebbe risultare noioso ad alcuni lettori. Tuttavia, mi si consenta di dire che, se bisogna avere il cuore colmo di amarezza, tristezza, senso di spaesamento, sradicamento e in parte sordo alle perfette ricette stilistiche per scrivere pagine così dense, coloro che ritengono siano troppo dense potrebbero allora essere sordi ai tormenti del cuore.
Per una generazione vissuta con l’idea di essere patriottici, cioè di avere rispetto per la Patria ed esserne orgogliosi – senza scadere in forme di nazionalismo, però –, questo smacco subìto per mano di quella stessa Patria deve essere stato un colpo terribile – ciò è chiaro dalle pagine del libro quando viene affermato: «Lo stigma dei senzapatria: non l’ha acquisito in esilio, ma nella patria fattasi estranea!» –, ed è l’impatto di quel colpo ciò che ci viene raccontato in quelle piene pagine da Klaus Mann.
Klaus Mann che, insieme alla sua famiglia, fu costretto ad abbandonare l’Europa per trovare infine rifugio negli Stati Uniti.
In questo pellegrinaggio a cui sono costretti i protagonisti de “Il vulcano” emergono riflessioni struggenti, profonde, toccanti sulla loro condizione; al contempo essi cercano spiegazioni razionali a un atto che di razionale ha ben poco; come mette chiaramente in luce Marion, infatti, uno dei personaggi principali approdata alla fine in America:

Questa nausea nei confronti della ragione, questi dubbi aggressivi verso la critica intellettuale sembrano essere la malattia della nostra generazione

Non penso sarebbe stata felice Marion di sapere che quella “malattia” non sarebbe stata propria solo della sua generazione, ahimè!
E, sullo sfondo, lui: il vulcano! «Tremendo è il vulcano», dice Klaus Mann. Tremendi sono i fascisti e i nazisti.

Vincono senza combattere! Non incontrano resistenza, nemici!… Si lascia che l’orrore infurii, distrugga, si sfoghi – come se fosse una catastrofe naturale! Come se vivessimo su un vulcano in eruzione! Nessuno aiuta. Tutti aspettano per vedere se tocca a loro…

Alle soglie del 1939, ecco che una domanda dirompente trova accoglimento in una lettera scritta a un suo amico da un esule tedesco: «Noi giovani tedeschi abbiamo mai compreso il valore della libertà, l’ideale della giustizia? Temo che fosse necessario passare prima attraverso l’inferno della totale non-libertà, della completa mancanza di diritto, per misurare ciò che abbiamo disprezzato e perduto.»
Quella domanda è senza tempo: esprime sempre il suo valore in ogni tempo, sia esso di guerra o di pace, sia esso sereno o tumultuoso.
Questo libro, scritto da Klaus Mann, pure lui esule come i suoi protagonisti, e pubblicato nel 1939 è denso, profondo, ricco. In esso trova luogo la descrizione delle condizioni di vita degli esuli nell’Europa alle soglie della seconda guerra mondiale incarnate nelle vite di diverse anime, tutte tormentate, spaesate, incerte sul loro destino a causa di atti che, parafrasando Dante, “nei modi ancor li offendono”.
Questo libro, nell’intento, è stato scritto affinché non ci si dimentichi di quanto è accaduto; esso è «la cronaca precisa dei nostri turbamenti, delle sofferenze, e anche delle speranze.»            
È un libro dimenticato, un autore oscurato dal suo stesso padre – Thomas Mann – col quale aveva un pessimo rapporto, non è forse giunto il momento di riscoprirli entrambi?

Matteo Celeste

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