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Il fantasma del ponte di ferro

di Piero Colaprico –

Quante volte Binda aveva ripensato ai protagonisti di quella vicenda senza trovare una soluzione che lo convincesse e senza avere l’appoggio dei superiori.

Se si trattasse di una serie televisiva, questo romanzo di Colaprico potrebbe far parte di diritto della serie Cold Case. Sì, perché ancora una volta Binda, maresciallo dell’Arma ormai in pensione, si ritrova coinvolto in un’indagine lontana ben tredici anni e che a suo tempo, nonostante avesse assicurato alla giustizia un presunto colpevole, non lo aveva mai di fatto, convinto del tutto. E ci vorrà la visita di una avvenente ragazza russa nella sua agenzia investigativa, a risvegliare lo spirito del segugio assopito in anni di indagini banali alle quali non era mai riuscito ad abituarsi.

L’abito sembrava appena stirato. Ed era pulito. Come se la vittima stesse per andare a un party e uscendo avesse dimenticato la testa.

Il caso in questione riguardava il ritrovamento di un corpo decapitato appeso alle travi di un ponte sul Naviglio, alla periferia sud di Milano agli inizi degli anni Settanta, in una Milano ancora scossa per le bombe e i morti alla Banca dell’Agricoltura di qualche anno prima e nel perdurare di un clima di violenza che ancora non aveva raggiunto il suo apice. L’allora maresciallo dei carabinieri Pietro “Peder” Binda si trova alle prese con trame forse più grandi di lui, fra emissari d’oltrecortina, violiniste che scompaiono, servizi segreti e trame che poco hanno a che fare con la routine di un investigatore della Sezione Omicidi. E tredici anni dopo, siamo nel 1985, l’investigatore in pensione si ritrova catapultato nuovamente in trame vischiose che fanno riaffiorare personaggi e situazioni perdute nel tempo.

Per questo, o anche per questo, aveva preferito restare alla sezione Omicidi: fatti concreti, dolore, fatica e sangue, ma anche esseri umani divisi fra bene e male, dentro o fuori ai limiti del codice penale, non delle ideologie. […] Ma nello stesso tempo si era convinto che accanto alla Comare Ranzona, alla comare che porta la falce, potesse camminare, anche se con passo più debole e incerto, la Giustizia. E che, grazie alla sua bilancia, si potessero in qualche modo pesare i torti e i soprusi, mettendo sul piatto anche la verità. I reati di qua e gli anni di carcere per i colpevoli di là. Un risultato parziale, ma pur sempre un risultato.

Le due inchieste si sviluppano agli occhi del lettore in maniera parallela, con continui rimandi al passato per consentire una migliore comprensione dei fatti e concatenazioni del presente, con continui salti temporali molto abilmente giocati dall’autore. Il racconto offre al lettore anche alcuni piccoli “cammei”, citazioni di personaggi della cultura come Buzzati o una breve apparizione di Alda Merini che abitava proprio nei paraggi in cui è ambientata la vicenda, oltre a un doveroso omaggio a Pietro Valpreda, co-autore e creatore in coppia con Colaprico, del maresciallo protagonista di questo e altri romanzi, in quella che con ogni probabilità sarà l’ultima sua apparizione, come lascia intendere l’autore nella postfazione. Un romanzo che lascia col fiato sospeso, nella miglior tradizione del poliziesco di ambientazione milanese, che trova la sua origine in Scerbanenco, del quale Colaprico è degno prosecutore. Due sviluppi differenti per un’unica inchiesta fatti a distanza di tanti anni e dai risvolti imprevedibili.
Potrà questa volta diradarsi quella nebbia che sembra avvolgere una vicenda mai del tutto chiarita, nelle fredde giornate dell’autunno milanese? Sarà necessario arrivare alle ultime pagine del romanzo per avere la risposta.

Roberto Maestri

Il fantasma del ponte di ferro
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"Leggendo cerco me stesso". Collaboratore di Booklandia