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I bambini di Asperger. La scoperta dell’autismo nella Vienna nazista

di Edith Sheffer –
È in punta di piedi che cerco di articolare le mie impressioni sul libro di Edith Sheffer dal titolo “I bambini di Asperger – La scoperta dell’autismo nella Vienna nazista”, perché il tema è delicatissimo e anche perché le domande sulle quali ci porta a riflettere la Sheffer richiedono una certa “cautela” nel nostro tentativo di rispondere a esse, come semplici lettori, intendo.
Diciamo subito una cosa: l’autrice propone due tesi, da quello che ho potuto comprendere, interrelate fra loro.
In primis, intende sostenere una rivalutazione in negativo del dottor Hans Asperger, fino a qualche tempo fa visto come una figura che amorevolmente e con empatia si prendeva cura dei suoi piccoli pazienti, come emerge da certe fotografie, ad esempio, e che pareva si fosse “isolato” autonomamente durante il nazismo così da non avere nulla a che fare con esso. Dalla ricchissima documentazione storica a cui ha attinto la Sheffer emerge chiaramente come non solo le idee di Asperger su quella che lui definì originariamente “psicopatia autistica” mutarono nel corso del tempo sino ad allinearsi alle idee espresse dalla psichiatria infantile nazista, allorquando l’Austria, attraverso l’Anschluss, fu annessa al Terzo Reich, ma, occupando posti di rilievo nel campo della psichiatria infantile nazista di Vienna – fu nominato giovanissimo, ad esempio, direttore del Reparto di pedagogia curativa dell’Università di Vienna nella prima metà degli anni ’30 (quando si laureò solamente nel 1931) dal dottor Franz Hamburger, nazionalsocialista della prima ora e fervente sostenitore delle idee del Terzo Reich, che aveva epurato il Reparto da tutti gli indesiderati e collocato nei posti di rilievo suoi fedeli studenti –, non avrebbe potuto non sapere che cosa prevedeva il programma di eutanasia infantile nazista – questa espressione mette i brividi già solo nella sua forma scritta –, promosso attraverso una fitta rete di uffici, tribunali, istituti, tra i quali spicca tristemente la clinica pediatrica dello Spiegelgrund, diretta da medici (come Erwin Jekelius) che Asperger conosceva benissimo – con Jekelius nel 1941 aveva fondato la “Società viennese di pedagogia curativa”. Doveva sapere benissimo che una diagnosi anche solo di “asocialità” condannava il minore al padiglione 15 dello Spiegelgrund dove bambini e adolescenti trovavano la morte, anche perché dai suoi scritti e dai suoi articoli dell’epoca emerge come il dottor Asperger vedesse favorevolmente, o comunque non esprimesse alcun tipo di critica nei confronti dei diversi progetti di “igiene razziale”, tra i quali la sterilizzazione coatta dei “non adatti” o, appunto, l’eutanasia infantile.
Si stima che a causa del programma di eutanasia infantile nazista, che concorreva a portare avanti il progetto di eugenetica del Terzo Reich, «furono uccisi tra i cinquemila e i diecimila bambini e adolescenti, di cui 789 allo Spiegelgrund, per dimensione la seconda struttura del Reich per l’eliminazione dei bambini.» Si sa oggi che, come scrive l’autrice, «complessivamente, sembra che Asperger sia stato direttamente coinvolto nel trasferimento allo Spiegelgrund di almeno quarantaquattro minori.» Quindi, in sostanza, il dottor Hans Asperger non poteva non sapere che nel Terzo Reich «la diagnosi era una prognosi dell’esistenza.»
Un secondo tema riguarda proprio la diagnosi di “psicopatia autistica”. L’autrice sostiene che tale “etichetta” nasce e trova radici nelle idee espresse dal Terzo Reich sull’eugenetica e sulla psichiatria infantile nazista secondo le quali tutti i soggetti che non solo presentavano deficit fisici ma anche “mentali” (l’essere “asociali” contava come tale, a esempio) dovevano essere eliminati. Asperger giunge a ritenere che la “psicopatia autistica” si fonda su una sorta di “povertà di Gemüt”, un concetto, quello di Gemüt, che, nella psichiatria infantile nazista, designava «la capacità metafisica di costruire legami sociali.» Infatti, «secondo i colleghi di Asperger, per partecipare alla comunità nazionale (Volksgemeinschaft) erano necessarie una razza e una fisiologia adeguate. Ma era richiesto anche lo spirito comunitario [ossia, il Gemüt].»
I bambini visitati da Asperger erano quindi sprovvisti o carenti di “Gemüt”, ma quelli che presentavano capacità cognitive di alto livello erano ritenuti comunque «educabili», ossia potevano essere in qualche modo integrati nel «Volk», secondo Asperger, in quanto potevano essere utili all’intera comunità proprio grazie alle loro doti particolari; per quelli che invece presentavano capacità cognitive di basso livello, be’, loro venivano inviati allo Spiegelgrund.
Ora, la “Sindrome di Asperger” proposta nel 1981 da Lorna Wing, la quale si era basata sulla tesi del dottor Asperger del 1944, sostiene l’autrice, richiama tutti i concetti della “psicopatia autistica” (a cui dà però un altro nome, evidentemente). (Oggi il DSM-V non parla più di “Sindrome di Asperger”, ma indica un’unica categoria per i diversi tipi di “autismo”: “disturbi dello spettro autistico” (ASD).) Tutto questo ci deve mettere in guardia sul fatto, sostiene ancora Edith Sheffer, che l’atto di classificazione della “neuro-diversità” è sempre un prodotto anche culturale e sociale e mai solo clinico. Questo punto di vista, secondo me, apre una serie di questioni affatto banali e di grande interesse…
I fatti storici raccontati ne “I bambini di Asperger” sono tragici e hanno prodotto un profuso dibattito a livello internazionale. Ma dobbiamo conoscere questi fatti tragici, dobbiamo costruire una memoria di questi eventi inenarrabili affinché, si spera, non si abbiano a ripetere mai più. E relativamente alla “storia” della diagnosi di “autismo”, è bene conoscerla per poter imparare a utilizzare o menzionare tale concetto con maggior cognizione di causa e maggior cura, se non proprio per proporre addirittura un suo cambiamento, allorquando ci si accorge che esso si fonda su idee non condivisibili o “criminali”. La stessa cura, la stessa attenzione, lo stesso atteggiamento critico potremo poi usarle, sempre seguendo la prospettiva sopra espressa dall’autrice, anche per altri termini relativi a quelli che, più generalmente, sono classificati come “disturbi mentali”.
Quest’opera colpisce emotivamente, nonostante ciò è da leggere, a mio avviso.

Matteo Celeste

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"Talvolta penso che il paradiso sia leggere continuamente, senza fine" Collaboratore di Booklandia