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Gli occhi della Gioconda

di Alberto Angela –
Sono cresciuto sotto lo sguardo benevolo della Gioconda. Ho giocato, ho studiato, sono stato rimproverato e ho gioito e lei, sempre lì. Sulla parete di casa mia, nella bella cornice che mia madre aveva scelto per lei. Non capivo perchè gli adulti si affannassero ad andare al Louvre per ammirarla quando io l’avevo lì, nel salotto di casa.
E anche, quando appena adolescente, andai con mio padre a Parigi per la mia prima e unica volta nella Ville lumière, rimasi più impressionato da degli inquietanti spaghetti in bianco con polpettine che ci rifilarono in una mensa della Gare de Lyon che da quel quadretto iperprotetto a cui non mi facevano avvicinare neanche più di tanto. A me poi, che la salutavo tornando da scuola! Gli anni sono passati, sono anche cambiate le case ma la Monna Lisa è sempre con la nostra famiglia. Quando vado a trovare i miei genitori mi sorride, sempre allo stesso modo, appena aperta la porta di casa.
Alberto Angela, con la sua solità abilità, ci accompagna in un viaggio-inchiesta sulle tracce del celebre dipinto e, naturalmente, del suo altrettanto celebre autore Leonardo di cui è impossibile non ammirare la poliedrica curiosità verso l’uomo e la natura.

Leonardo consigliava ai suoi allievi di osservare la gestualità dei sordomuti, “li quali parlano co’ movimenti delle mani, e degli occhi e ciglia e di tutta la persona, nel voler isprimere il concetto de l’animo loro”; quindi, concludeva, “non sprezzare tal consiglio, perchè loro sono li maestri de’ movimenti”.

Vengono dunque esaminati i dettagli della signora velata, le mani, gli occhi, il celebre sorriso, il vestito, il paesaggio e le tecniche pittoriche, compresa la scelta dei colori secondo la teoria della “prospettiva aerea” sviluppata da Leonardo per creare un effetto di profondità e tridimensionalità a quello che è, per forza di cose, un disegno bidimensionale.
Si cerca anche di svelare la vera identità della Monna Lisa che, incredibile a dirsi, dopo oltre cinquecento anni fa ancora discutere gli studiosi dell’arte.
Vengono riportate un po’ tutte le ipotesi e si fanno i nomi delle diverse figure femminili che potrebbero aver prestato il volto al pittore che le avrebbe rese icone immortali. Io, che nonostante tutto resto un inguaribile romantico, ho sposato con entusiasmo la teoria secondo cui il vero nome della Gioconda non sia l’aristocratica Lisa Gherardini (detta anche Lisa del Giocondo, per matrimonio) secondo quanto riportato dal Vasari, ma Pacifica Brandani figlia illegittima del nobile Giovanni Antonio Brandani e cortigiana alla corte di Urbino, passata alla storia per un amore al di fuori dei “sacri vincoli” con Giuliano de’ Medici (uno dei figli di Lorenzo il Magnifico) da cui nacque nel 1511 un figlio, naturalmente illegittimo che finirà dritto filato nell’orfanotrofio di santa Maria della Misericordia. La povera Pacifica, infatti, morì durante il parto.
Non possiamo sapere quale sentimento legò Giuliano a Pacifica ma sappiamo che dopo pochi mesi il nobile fiorentino si ripresentò all’orfanotrofio, riconobbe il bambino, lo fece allevare a sue spese e gli diede un nome aristocratico: Ippolito. Quel bambino dunque diventerà cardinale col nome appunto di Ippolito de’ Medici. E questo cosa c’entra con la Gioconda?
Ippolitino, nel frattempo portato a Roma alla corte del Papa, comincia a chiedere della mamma, ma nessuno gli dice che essa è morta dandolo alla luce. Cosicchè quando il padre va a Torino per sposare Filiberta di Savoia, donna assai brutta ma di altissimo rango, il bimbo nella sua fantasia inizia a dire che il babbo è andato a prendere e portare a casa la mamma.
Giuliano torna e non può fare a meno di dire al piccolo che la madre non è Filiberta ma un’altra donna che è lontana e non può venirlo a prendere.
Sembra che sia in questa occasione che Giuliano chiede a Leonardo di realizzare per il piccolo Ippolito il ritratto della sua defunta madre, cioè di Pacifica Brandani. Dunque la celebre Gioconda potrebbe non essere altro che un regalo per un bambino, un orfano che, io spero, abbia tratto un po’ di conforto pensando alla mamma, aiutato da quel sorriso che ancora oggi, dopo cinquecento anni, ci regala serenità. Non è una bella ipotesi?

Gerardo Capaldo

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