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Canne al vento

di Grazia Deledda
Buongiorno a tutti! Come promesso, eccomi qui a parlarvi di “Canne al vento”, romanzo scritto da Grazia Deledda e pubblicato in un primo momento a puntate sulla rivista “L’illustrazione italiana” nel 1913.
Ricevendo un buon riscontro sia dal pubblico sia dalla critica, in seguito fu pubblicato in volume unico presso l’editore Treves di Milano.
È di sicuro l’opera più famosa della scrittrice sarda a cui, meritatamente, fu assegnato il premio Nobel per la letteratura nel 1926.
Pur essendosi trasferita a Roma nel 1899, la Sardegna occupa un posto fondamentale nell’animo dell’autrice, che non manca di far rivivere la sua terra natia nella produzione scritta, non solo a livello paesaggistico, ma anche riportando elementi folkloristici.
In “Canne al vento” il paesaggio sardo fa da sfondo alle vicende della famiglia Pintor, di origine nobiliare: padre “padrone” e quattro figlie, Ester, Ruth, Noemi e Lia, che vivono in un villaggio chiamato Galte.
Lia è la “figlia ribelle”, la sua voglia di libertà la porta ad abbandonare la famiglia e fuggire nel Continente, arrivando a Civitavecchia, dove si sposerà e darà alla luce un figlio: Giacinto.
Quest’atto di ribellione, le costerà il disconoscimento da parte della famiglia; lo stesso padre, nel momento della fuga proverà a inseguire la figlia, ma sarà poi trovato morto all’uscita del paese.
In seguito alla morte del padre, le tre sorelle rimaste in Sardegna si ritroveranno a vivere in povertà, ma saranno aiutate nella gestione del poderetto dal fidato servo Efix, il quale si rivelerà essere estremamente devoto e speranzoso nel ritrovare l’antico prestigio della famiglia Pintor.
A sconvolgere la vita sempre uguale delle sorelle Pintor sarà l’arrivo del nipote Giacinto, il quale, rimasto orfano, decide di tornare in Sardegna dalle zie.
In tutto il romanzo domina il tema della fuga verso la libertà, quasi a simboleggiare la voglia di rottura tra vecchio e nuovo e il desiderio di migliorare la propria vita, di riscattarsi.
Ma, come in “Elias Portolu”, questa voglia di cambiare il proprio destino evidenzia la fragilità dell’animo umano e l’impossibilità di cambiare il proprio fato, perché c’è sempre una forza soprannaturale che ne impedisce il cambiamento.
Lo stile è semplice e lineare, nonostante la presenza di qualche termine dialettale; la narrazione è ricca di descrizioni paesaggistiche e di metafore che sottolineano il concetto di fragilità umana; per esempio: “star vigili come le canne sopra il ciglione che ad ogni soffio di vento si battono l’un l’altra le foglie per avvertirsi del pericolo”, perché la malasorte è sempre dietro l’angolo.
Non mi ha entusiasmato il personaggio di Giacinto, un povero inetto che non fa altro che lagnarsi dalla mattina alla sera, incappando sempre negli stessi errori e rovinando ulteriormente la vita delle zie e del povero Efix, che fino alla fine spera in un cambiamento del ragazzo; d’altro canto, ho apprezzato proprio la figura di Efix, che resta fedele in modo esemplare nei confronti delle sue padrone.
Una lettura bella, che fa riflettere e che, una volta conclusa, lascia anche un senso di angoscia e di impotenza.

Anna Rita Coluccia

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"Se vogliamo conoscere il senso dell'esistenza, dobbiamo aprire un libro" Collaboratrice di Booklandia