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Addio fantasmi

di Nadia Terranova –
L’ autrice di questo libro, Nadia Terranova, è siciliana, è donna e in lei ho rivisto molte cose di me, della mia adolescenza, della mia terra e dei miei sentimenti. In particolare ho rielaborato, grazie all’analisi introspettiva dell’autrice, un sentimento che ho conosciuto, anche se in modo diverso e che, forse, tutti conosciamo nelle sue varie sfaccettature che è quello relativo alla mancanza, all’assenza di qualcuno.  L’abbandono.
Il sentirsi abbandonati è come trovarsi in un tunnel, un vortice che trascina giù, come quello descritto dall’autrice, da cui non puoi più uscire se non guardando in faccia, finalmente, senza fuggire, quel dolore, quella disperazione che ti trascini dietro come una zavorra. Penso a quei figli lasciati, a quelle “assenze mentali” più che fisiche, a quelle distrazioni o indifferenze che lasciano vuoti profondissimi, crepe incolmabili. Penso al senso di colpa e di inferiorità di chi, magari, colpe non ha e non si spiega o non comprende il motivo di un abbandono. 
La storia è quella di Ida , una donna siciliana, di Messina, trasferitasi a Roma dopo la scomparsa, improvvisa e senza spiegazioni, del padre. Una scomparsa che sarebbe stato meglio fosse stata una morte. Una scomparsa ingiustificata è un senso di colpa ingestibile per non aver meritato una spiegazione dell’addio e neanche un ritorno anche solo per un istante.  La morte è la morte e basta.  Ida lasciò la Sicilia e sua madre, frapponendo tra se e il duo dolore, tantissimi chilometri di distanza, aveva attraversato lo stretto, quella lingua di mare tra due terre, per non guardarsi più indietro, per dimenticare. Ma gli eventi la costringono a ritornare in Sicilia, infatti, il tetto della vecchia casa di famiglia stava crollando, a causa di infiltrazioni d’acqua e sua madre la invita a tornare per aiutarla con i lavori di riparazione. I concetti che ritornano con costanza sono quello della distanza, del tempo e dell’acqua.
La distanza che Ida percorre attraverso il viaggio non è solo distanza da casa ma è distanza dal suo dolore. Quelle distanze che si prendono quando non vogliamo dare spiegazioni agli altri e, tantomeno, a noi stessi, quando non vogliamo vedere cosa ci rovista e scuote dentro tanto da farci stare male, quando non vogliamo vedere la furia di Scilla e Cariddi nascosta nelle acque dello stretto. Si,  quello stretto, quel mare che separa l’isola dal continente, non è mare aperto ma non è neanche un mare tranquillo, imprigionato tra due lingue di terra, come raccontano tanti miti e leggende, inabissa tutta la sua potenza. Così come il mare di dolore represso e imprigionato che implode dentro la protagonista.
Come il mare dello stretto, il dolore di Ida non è mai esploso, pur potentissimo. È come acqua che si scaraventa addosso e penetra, infiltrandosi in ogni crepa della casa e dell’animo. E, come sempre accade, il dolore nascosto non sana, non guarisce, ma si amplifica all’infinito.  Lei, come il tetto di casa, inzuppato d’acqua, sta per crollare.
Il ritorno a casa è il ritorno a se. Il viaggio interiore che, finalmente, sana.
Il tempo è trascorso. Ida non è più un’adolescente ma è una donna con un lavoro, un marito e le sue responsabilità. Ma dentro al tempo un’ altro tempo, parallelo si è, invece, fermato. Due lancette sospese in un giorno lontano da sbloccare e mandare avanti come quel rapporto madre e figlia da recuperare. 

Ninfa Mangiaracina

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